venerdì, luglio 09, 2021

[ 4745 ]











Ho amato per 13 anni la mia migliore amica e non gliel'ho mai detto. Che era la mia migliore amica, intendo, che la amavo l'ho detto subito, non avrei potuto fare altrimenti anche perché si vedeva lontano un miglio. E poi sono cose molto più facili da dire quelle, si sa. Poi c'è stato un bacio, mi pare. Dopo abbiamo fatto l'amore un bel po' di volte, abbiamo messo su casa come diceva lei, scelto i piatti, la tinta alle pareti e i mobili, poi sono nate Camilla e Greta ma non ricordo se in quest’ordine e allora abbiamo comprato una macchina più grande, io ho cambiato lavoro tre, quattro volte, lei colore dei capelli almeno una trentina, abbiamo litigato per un sacco di cose inutili, a me sono caduti i capelli e a lei sono venute delle rughette molto carine intorno agli occhi, io sono diventato un po' pigro, lei faceva disegni sempre molto più belli dei miei ma non sono mai stato invidioso, anzi, poi abbiamo fatto una ventina di viaggi molto belli, anche se a me all’inizio non andava mai troppo, che viaggiare mi stressa. Poi, un giorno, mentre stavamo seduti davanti a un caffè, se n'è andata. Cioè, non è che è morta, semplicemente si è dissolta, un attimo prima era lì che versava lo zucchero di canna nella tazzina e un attimo dopo non c'era più. Mi pare che stesse dicendo che non era colpa mia, che le dispiaceva, che certe cose succedono e basta, o qualcosa del genere, come se questo potesse consolarmi in qualche modo. Per un attimo ho pensato anche di essermi immaginato tutto, figlie comprese. Poi, sono rimasto da solo, ed è successo qualcosa di molto strano: è successo che ho dovuto imparare a smettere di amare, mio malgrado, un poco alla volta, un giorno alla volta, che era un po' come imparare di nuovo a respirare o camminare, se capite cosa intendo. E mentre lei era da qualche parte a ridere, mangiare, respirare o fare l'amore, io, stavo ancora fermo a quel cazzo di tavolo da caffè. Ma non era di questo che volevo parlarvi, perché alla fine, per quanto possa sembrare strano, il sesso e tutte quelle altre cose che mi sembravano imprescindibili nei miei giorni insieme, erano diventate improvvisamente dettagli sfocati.

E quindi è successo che mi mancava l’amica, invece, come l’aria. Perché a lei dicevo cose che alla donna con cui passavo le notti, non riuscivo a dire.
Ah, dimenticavo la cosa più importante: poi è successo anche che ho smesso di bere caffè.

giovedì, luglio 08, 2021

[ millecento ]


Con una macchina come questa, nel 1975, mio padre e mia madre mi portarono in Spagna. Un viaggio di qualche migliaio di chilometri con una roulotte Roller, attaccata con il gancio, a una media di novantacinque chilometri orari. Senza bancomat, senza telefonini, senza sapere lo spagnolo, soprattutto. Ma mio padre prima di partire per qualsiasi viaggio comprava dei vocabolari di; italiano – qualsiasi lingua al mondo. E la cosa bella era che riusciva a farsi capire. In Spagna fu facile, mettevamo la esse in fondo a qualsiasi parola e pareva funzionare. Lui guidava per ore, avrebbe potuto fare il camionista, quando era stanco si fermava, tirava giù i piedini della roulotte e ci mettevamo a dormire. Oppure mangiavamo. Dentro, c’erano un piano cottura e un lavandino con la pompa elettrica per lavare i piatti, mia madre riusciva a cucinare cose buonissime anche lì. Dentro la roulotte c’era tutto, anche il bagno, era una piccola casa bianca con le ruote e le strisce blu che attraversava l’Europa e io ero felice. Felice come non lo sono stato mai più. A Tarragona, mio padre passò sotto il ponte bassissimo di una ferrovia proprio durante il passaggio del treno e saltò via il cappellotto della roulotte. Me lo ricordo ancora, che bestemmiava, sdraiato di pancia sul tetto mentre riparava il guasto. Mio padre riparava tutto. Riparava anche me, qualche volta. Quando arrivammo a Barcellona ero emozionato e fradicio di sudore, anche se ricordo solo delle guglie altissime nel cielo azzurro, i poster e le foto di Dominguin su ogni muro libero, una donna molto magra che suonava le nacchere ballando il flamenco fuori da un locale e una ragazza con delle tette grandissime e le lentiggini che mi dava dei pizzichi sulle guance. Ero felice, sì. Senza telefono, senza bancomat, con la nostra Fiat millecento, nella casa con le ruote dove c’era tutto e la ragazza che mi pizzicava le guance. Forse è per questo che mi piacciono gli appartamenti piccoli. E le tette grandi, va da sé.