giovedì, luglio 30, 2020

[ buon ferragosto ispettore stracchino ]





«BANG!»
All’interfono del commissariato di Rocca Volturno, la voce dell’ l’agente scelto Crapanzano disse: «Ispettò, tutto bene?»
E l’interfono rispose: «Crapanzà, tutto bene, esperimenti balistici, però se ti riesce, fatti i cazzi tuoi ogni tanto.»


Per l’agente scelto Crapanzano Saro, tra il colpo d’arma da fuoco che aveva appena sentito e la parola “balistica” non c’era nessuna correlazione o attinenza particolare, però il: “Fatti i cazzi tuoi” ebbe l’effetto sperato e chiuse la comunicazione tornando alla lettura di Femmine Bollenti Pocket di luglio 1983, un classico. L’ispettore Stracchino invece, guardava la testa di Bakari, o quello che ne restava, saltata in aria mentre puliva la pistola durante l’interrogatorio. Bakari lo avevano arrestato dopo un segnalazione da parte di alcuni bagnanti - ligi al dovere e avversi alla contraffazione del marchio per motivi religiosi- sul lungomare di Rocca Volturno, mentre vendeva una sacca sportiva di marca “Sadida” alla cifra da capogiro di 15 euro. Al seguito furono trovate anche scarpe “Nikes”, felpe “Robe di Carpa” e t-shirt “Lafroste”. Roba di prima scelta insomma.

Il poveretto, sottobraccio a due agenti, se n’era venuto in commissariato buono buono, con la serena consapevolezza di chi sa che quella sarebbe stata solo l’ultima di una infinita serie di giornate di merda. E infatti.

La testa di Bakari era ormai un guazzetto rosso pompeiano e molto gestuale , un po’ come quando all’ispettore gli esplose la bottiglia di barolo a natale del ‘77, solo che stavolta ci stava un morto. Solo che da dietro la poltrona, con quel taglio di luce e la meraviglia matematica di alcune traiettorie casuali degli schizzi di sangue, il risultato non aveva nulla da invidiare ad alcune delle opere migliori di Jackson Pollock. Mo’ però, il fatto era che tecnicamente aveva ammazzato un uomo nel suo ufficio e se pure il poveraccio era in stato di arresto per commercio di borse contraffatte, nessun documento, nessun permesso di soggiorno - che magari nemmeno Bakari si chiamava - e se pure il colpo era partito in modo del tutto involontario, la cosa in effetti avrebbe potuto procurargli alcune rotture di cazzo da lì in avanti e a tre anni dalla pensione, si disse che non era proprio il caso.
Che poi a Rocca Volturno non succedeva mai niente, in effetti e all’ipsettore Stracchino la cosa andava pure bene, il tasso di criminalità annuale era il più basso del mondo conosciuto, 335 abitanti, per lo più pensionati, il resto erano tutti in Svizzera o in Germania. L’ultimo episodio di criminalità era stato quello del ragionier Ragonese, uno che aveva gestito i soldi di una ventina di poveracci in “Investimenti sicuri” e che adesso se ne stava da qualche parte immerso nell’olio di cocco, bevendo cuba libre dalla mattina alla sera. Insomma, un paradiso in pratica, meta ambitissima anche perché c’era il sole, c’era il mare, e soprattutto non c’era un cazzo da fare, e scusatemi la rima.

La fortuna volle che al 14 di agosto, a parte lui e l’agente scelto Crapanzano, il commissariato di Rocca Volturno fosse praticamente deserto. L’agente Lo Turco era a fare i fanghi, che dopo una vacanza in thailandia, se ne era tornato a casa con delle macchie sulla pelle che sembrava una fungaia, il vice sovrintendente Proietti era in ferie a ingozzarsi di cocomero e melanzane alla parmigiana sulla spiaggia di Sabaudia e l’agente Sannazzaro era in permesso, che alla moglie si erano rotte le acque e a lui i coglioni invece, dato che la signora Sannazzaro aveva sfornato la bellezza di tredici figli in sedici anni, per una scarsa abitudine all’uso degli anticoncezionali e per un’attitudine naturale alle famiglie numerose, diciamo e quindi ‘sta rottura delle acque era diventata l’esondazione del Rio delle Amazzoni.
Mentre si addannava, strusciando con uno straccio contro le macchie rosso scuro sparse praticamente ovunque sulla parete di fronte alla scrivania, si rese conto bestemmiando, che lo sgrassatore del discount all’angolo, col sangue, funzionava poco e niente. Alla fine mentre strizzava la camicia nel lavandino del bagno, decise di appenderci davanti il planisfero in scala 1:1 che gli aveva regalato il Sindaco Barrese per natale. Una latta di tinta lavabile avrebbe fatto il resto. Mentre copriva il Pollock in piedi su una scala, Il servizio al tg di teleonda delle dodici mostrava l’ennesimo sbarco di clandestini a punta rossa. Di trecento, ne erano arrivati vivi la metà, gli altri erano morti di sete o buttati in mare dopo essere stati ammazzati di botte o a revolverate dagli scafisti, che nel frattempo si erano resi irreperibili. Con quelle correnti per ripescarli tutti, ci sarebbero volute settimane, forse mesi.
Fu allora che all’ispettore Stracchino venne un sorriso girocollo, mentre sfilava il bossolo conficcato nel muro tra la foto del presidente Bolchi Randazzo Paolella e il calendario delle forze armate, si disse: “Ma un extracomunitario senza permesso e documenti, chi cazzo lo cerca? Nessuno. E soprattutto, se sparisce, chi cazzo lo trova? Nessuno. E ammesso che qualcuno lo trovi, chi cazzo lo riconosce uno senza faccia? E la risposta fu sempre nessuno”. Ecco, Il piano era un poco rischioso, ma tutto sommato semplice. Per attuarlo al meglio gli servivano: Coperte, canne da pesca, bigattini, sangue freddo e una discreta dose di culo. Chiamò all’interfono l’agente Crapanzano usando parole suadenti e dall’alto potere persuasivo:

«Crapanzà, per le prossime tre ore non voglio rotture di minchia, me ne vado a pesca e se chiama il vicequestore digli che sono passato a miglior vita, per noia»

«Agli ordini!» Rispose Crapanzano mettendosi sull’attenti - che Crapanzano era uno serio e si metteva sull’attenti pure al Telefono- un attimo prima di tornare alla lettura di un mirabile pezzo dal titolo:”La calda lingua di Samantah” con l’acca finale.

L’ispettore Stracchino, suo malgrado, la seconda telefonata la fece alla moglie.
« Rosina, guarda che oggi non torno a casa, mi sa che me ne vado a pesca»
Ma quella, Rosina, era una donna di poche parole e aveva riattaccato senza fiatare né dire a, anche perché se ne stava a cavalcioni dell’architetto Giarrusso, vedovo in seconde nozze, bisognoso di affetto e consolazione e che del lutto ci aveva un’idea tutta sua, ma questa, è un’altra storia.
Stracchino passò dall’uscita sul retro, aveva avvolto il poveraccio in alcune coperte con lo stemma della polizia di stato e da cui uscivano i piedi con due scarpe di colore diverso, poi lo aveva trascinato fino al parcheggio deserto del commissariato dove aveva lasciato l’auto e si stupì di quanto fosse capiente il cofano della sua Mazda 1100 ecologica, dato che il povero Bakari ci entrò tutto intero e non gli dovette nemmeno piegare le ginocchia. In realtà il Bakari era alto uno e cinquantatré, ma nella fretta, il dettaglio era sfuggito ai più. Dopo essersi assicurato che da fuori non si vedesse nulla, chiuse il cofano, si infilò in macchina, girò la chiave, aggiustò lo specchietto retrovisore e partì. Avrebbe fatto finta di andare a pesca, che all’ispettore Stracchino piaceva la pesca, nessuno si sarebbe quindi stupito nel vederlo farsi un giretto con il suo cabinato con motore Yamaha da 700 cc. E per rendere più credibile la cosa fece uscire due canne in bella posa dal finestrino del passeggero, con filo di nylon e galleggianti al vento, come fossero due bandiere. La sorte giocò ancora a suo favore, quando davanti all’unico bar di Rocca Volturno incontrò il notaio Parracciani e l’avvocato Stancanelli sottobraccio dopo l’aperitivo, a parlare sicuramente di sticchio o di calcio.

«Andiamo a pesca ispettore?»
«Notaio Parracciani e che vogliamo passare ferragosto senza mangiarci un paio di orate al forno con le patate?»
«Non sia mai, ispettore, non sia mai!»

Poi fece un cenno di saluto col capo e girò verso il molo, dove teneva attraccato il suo cabinato. Come previsto, il molo era deserto e anche al gabbiotto con la sbarra non c’era anima viva, stavano tutti persi nei preparativi di piatti mortali e cucinati con l’olio dei motori a quattro tempi o a dormire spiaggiati come oloturie in tutti gli stabilimenti e le calette intorno al paese. Alzò la sbarra e si fermò con l’auto proprio davanti alla barca, trascinò il corpo di Bakari fino alla cabina e lo sistemò con cura sotto una panca insieme alla pompa di sentina, due materassini e alcune fiocine arrugginite, con cui di tanto in tanto aveva giocato a fare il subacqueo. Prese le canne da pesca, staccò il sacchetto coi vermi dallo specchietto dell’auto e guardò oltre il porto. Il mare era una tavola. Con un poco di culo, pensò, avrebbe avuto anche il tempo per pescare veramente. Accese il motore e guardò del petrolio galleggiare intorno allo scarico con bolle color arcobaleno, tolse la gomena dall’attracco e la barca cominciò a muoversi lentamente.

A largo di Cala scura, Il tonfo nell’acqua parve quello dei sassi pesanti che i ragazzini per gioco, buttano dal molo. Solo che quello non era un sasso, quello era Bakari Kwame, 33 anni, ingegnere edile, scappato dalla guerra civile dopo aver visto suo fratello ammazzato a colpi di machete e sua moglie stuprata da una decina di animali con la divisa militare, animali che dopo hanno deciso di giocare a calcio con la sua testa, animali che fino a qualche mese prima erano i suoi vicini di casa, quelli che lavoravano con lui, che andavano a scuola con i suoi figli. Insomma Bakari Kwame era uno che aveva attraversato un mare sconosciuto di notte, che aveva preso le botte perché i soldi per arrivare erano troppo pochi e tante altre ancora da quelli che lo aspettavano a riva a braccia aperte e che alla fine muore per mano dell’ispettore Stracchino Giacomo, anni 63, a causa di un colpo accidentale partito dalla sua Beretta semiautomatica M51 di ordinanza, mentre nel pieno adempimento delle sue funzioni la puliva con cura e olio di gomito, anche se non sparava più dal 1978.
Comunque entro qualche giorno la corda con la pietra che aveva malamente legata al piede del poveraccio avrebbe ceduto, sarebbe riaffiorato e la corrente lo avrebbe portato inesorabilmente verso Punta rossa, diventando l’ennesimo morto senza nome e senza faccia, da accollare agli scafisti. E poi, per non dare troppo nell’occhio, si mise a pescare. Mentre il piccolo cabinato si muoveva appena, con la canna in mano e un cappello di paglia infilato in testa, si disse che aveva fatto bene così, che era stato un incidente, che non era giusto che capitasse ma che ormai era capitato, che nessun giudice al mondo avrebbe creduto all’incidente e poi giù campagne mediatiche sui mezzi d’informazione e i social network, vedeva già una sua foto orrenda dietro al tizio del telegiornale e titoli roboanti sul poliziotto col grilletto facile, sull’ennesimo omicidio in un commissariato per coprire chissà che cosa, lo sbirro xenofobo, lo sbirro fascista e una sfilza infinita di precedenti e foto e indizi, congetture, prove false, scoop montati ad arte, criminologi imbolsiti e opinioniste dalle tette rifatte a dare giudizi del cazzo atti a smerdare le forze dell’ordine e tutti quei bravi poliziotti come lui che per questo paese avevano dato il culo. Vabbè forse il culo era una metafora un tantino esagerata, ma insomma quarant’anni di onorata carriera, con uno stato di servizio come il suo, erano pur sempre qualcosa no? Eccheccazzo.
Si fermò un attimo e si sorprese del fatto che stava gridando da solo in mezzo allo Ionio col dito puntato verso l’alto. Un autentico comizio a vongole veraci, purpi e fasolari. Riprese quindi con un tono sommesso e conciliante, più consono ad un rappresentante delle istituzioni di una grande democrazia, bisbigliando: «Se te ne stavi a casa tua, invece di venire qui a rompere i coglioni…». La canna si piegò improvvisamente in avanti, la prima delle due orate della giornata, aveva abboccato. 

Appena mise piede sul molo squillò il cellulare, era l’agente Sannazzaro. Sua moglie aveva avuto un figlio maschio.
« Mi sarei permesso di chiamarlo Giacomo, proprio come voi, Ispettore»
«E grazie Sannazzà, sono onorato, congratulazioni a te e alla tua signora»

Attaccò e pensò tra sé e sé, con un brivido, che ci voleva un gran coraggio a far nascere un figlio in un mondo di merda come quello. Poi guardò nel secchio che teneva in mano, e si consolò pensando che per cena, almeno, avrebbe mangiato pesce.

giovedì, luglio 02, 2020

[101 modi per farla finita a luglio senza rompere il cazzo al prossimo]








UNO

Stare con la testa appoggiata allo sportello del forno aperto è scomodissimo, e quindi no, che io già ci ho la cervicale e poi mi viene il mal di testa. Il Gas puzza comunque, e costa pure. Di gettarmi nel vuoto non ne ho punto voglia, soffro di vertigini, poi ci vuole troppo coraggio. La pistola mi sporca tutta la parete che l’ho appena fatta imbiancare e quindi direi di no, ma, cioè, la cosa in qualche modo la devo affrontare, trovare un modo decente, magari i barbiturici come le grandi dive, eh? Che ne dite? Comunque il fatto è che la depressione non conosce stagioni, gli amici si. Chiamo Paolo mentre sto in piedi sullo sgabello e cerco di sistemare alla bene e meglio la corda al gancio del lampadario calcolando le misure giuste per non sfracellarmi al suolo inutilmente:

-Pa’ sono io, avevo bisogno di parlarti, ci vediamo?
-No ciccio, sto a Ginostra e stiamo scappando con un gommone che il vulcano è attivo e non voglio fare la fine di quei tizi a Pompei fermi come statue.
-Si, capisco, è che è un momentaccio sai, il lato oscuro che prende il sopravvento, presagi oscuri, non so se hai presente, sto pensando a gesti estremi e mi scade anche l’assicurazione della panda.
-Ciccio, te il lato oscuro non ce l’hai, senza contare che alla luce di quello chiaro non vedi un cazzo lo stesso, se vuoi fare la fine di Jim Morrison o di Hendrix devi almeno prima farti una pera, e te non ti sei mai fatto manco una canna in vita tua. Questo è il solito cambio di stagione dammi retta, tu soffri le mezze stagioni e le mezze porzioni, quindi fa una cosa, fatti una frittura di pesce a Nettuno e una femmina anche, che sarebbe meglio. Mo ti saluto che piovono lapilli che è una bellezza.

Mentre progetto di tagliarmi le vene in una vasca con acqua e ghiaccio, prendo in mano il telefonino e faccio il numero di Simona, l’amica di sempre, nella speranza di un’ultima calda spiaggia amichevole e salvifica.
-Simo, ciao sono io, senti perché stasera non ci prendiamo qualcosa? Sai sto un po’ giù, ho ricominciato ad oliare la pistola e a parlare con le foto della mia ex che ha sposato un proctologo tre settimane dopo avermi lasciato.

-Scusami ciccio ma non posso, sono a Porto Ercole e sto scegliendo delle infradito per la festa in piscina di stasera e sono indecisissima tra un rosa e un carta da zucchero, ma il rosa mi sbatte un po’, magari potrei metterne una di un colore e una di un altro, che ne dici? E poi qui fa quarantadue gradi all’ombra.
-Anche qui Simo. Sto male.
-Si, ma te hai l’aria condizionata, io qui il massimo che posso fare è un bagno a largo, non ti lamentare. Poi te l’ho detto migliaia di volte, questa cosa della tua ex non è amore, è una malattia, te non stai male, te vuoi stare male, capisci la sottile differenza? Lo dice anche il mio psicologo, dopo tre anni non è amore, è patologia.
-Quindi?
-Quindi vai in analisi! Te lo dico da una vita.
-Simo, Tu vai in analisi da dodici anni e gli lasci 90 euro a seduta eppure continui a fare l’amante di un uomo sposato. Piuttosto, vi vedete questa estate?
-No, sai, il bambino ancora non è pronto…
-Ma se suo figlio ha 35 anni.
-Che c’entra, certi traumi non si superano facilmente, e tu lo sai bene… bell’amico che sei invece di supportarmi mi ferisci gratuitamente. Vado a farmi un bagno, te divertirti eh.
-Grazie Sì, mi sei stata molto utile.

Mentre attacco il telefono stappo la vasca che ormai aveva cominciato a traboccare, ripongo le lamette nell’astuccio del rasoio e penso che senza gli amici non saremmo niente, barchette senz’ancora in un mare in tempesta, viaggiatori senza bussola. Avere punti di riferimento ci rimette sulla giusta rotta, sempre. Guardo il display del telefono e faccio un numero:

-Pronto? Gino al porto? Vorrei prenotare un tavolo per stasera se possibile, si, si per due, otto e mezza, perfetto.

Mentre pregusto la frittura di pesce e il vino bianco gelato, apro il giornale di lunedì e comincio la ricerca dell’altra metà del tavolo da: Samantha, 35 anni, capelli rossi, massima pulizia, no perditempo...

mercoledì, giugno 17, 2020

[ alla carta ]












Mi versi il vino e dici: 

«Smettila»

«Smettila cosa?»

«Di fare quella cosa, il rumore»

«Ma di che parli?»

«Il rumore che fai mentre mangi. È stata una delle prime cose che mi ha fatto capire che era finita»

«Perché che rumore faccio? Mangio a bocca chiusa mi pare»

«Trascini il cibo con la forchetta spostandolo da una parte all’altra del piatto come in certi film del cazzo americani, mi si chiude lo stomaco quando lo sento, non lo sopporto»

«Ci stiamo lasciando per il rumore di una forchetta?»

«Si, anche»

Ecco, non bisognerebbe mai andare fuori stagione nei posti che ami, o che hai amato, men che meno quelli delle prime volte. Hanno quell’atmosfera decadente e abbandonata che non te li fa riconoscere. Per dire, anche il cameriere sembra diverso oggi. I quadri alle pareti perdono colore, persino i piatti sembrano avere poco sapore, come tutte le cose che finiscono. 

«E il sesso?» chiedo.

«Una piacevole incombenza, a volte. Più spesso un obbligo, il prezzo congruo da pagare.»

«Il prezzo per cosa?»

«Per non stare da sola. Essere in due è stato molto consolatorio, come per te ingozzarti di cibo, per dire.»

«Ma è diverso, Io non ho paura di stare da solo. Io mangio perché sto da solo pure quando ci sei. Non è la stessa cosa.»

«Dici di no?»

«Dico che tu non sai stare da sola e pur di non affrontare questa paura, stai anche con me, che di fondo non ti piaccio. La coesistenza diventa un prezzo abbordabile, sono parole tue»

«E tu invece?»

«Io mi ingozzo perché vorrei che mi amassi quanto ti amo io, e per superare il fatto che non è così mi consolo mangiando, anche»

«Questo ti rende migliore di me?»

«No, che c’entra, non è una questione di merito. Forse mi rende solo un pelo più triste, e più grasso»

«E poi cosa significa, anche? Cos’altro fai?»

«Ricordo, per esempio. Ricordo tutto, tu no. Va detto che i momenti buoni sono stati talmente pochi che non è che serva chissà quale attitudine alla memoria, però lo faccio»

«Nemmeno all’inizio? Abbiamo avuto dei bei momenti, ne sono sicura. Quelli per esempio li ricordo, come quella volta al lago, tenevo la testa sul tuo petto e tu mi accarezzavi i capelli»

«È stato uno dei pochi momenti in cui ho creduto che mi amassi, pensa»

«Non credo di averti mai amato. Ti ho voluto bene, questo sì. Anzi sono sicura di averti stimato una volta, ma eri voltato e non ti sei accorto».

Il conto è scritto a penna su un pezzo di carta strappato dalla tovaglia. Sul tavolo restano una bustina di zucchero vuota per metà, la targhetta staccata della minerale e la tazzina del caffè con le tue labbra stampate sopra. Pago per entrambi e controvoglia, a conferma del fatto che due solitudini non fanno una compagnia, nemmeno quando sono sedute allo stesso tavolo. 

domenica, marzo 29, 2020

[ diner ]











La ragazza seduta due tavoli appresso al mio, tiene in mano un hot dog. Ha gli occhi socchiusi e un sorriso che appena può si apre per il primo morso, mentre lo fa, chiude gli occhi lentamente. La salsa esce dai bordi, cola sulle mani e intorno alla bocca. Si sporca, ma non gliene frega assolutamente niente. Resta ferma un secondo per la sorpresa, attende che i recettori delle papille gustative diano la risposta che il suo cervello aspetta da quando si è messa seduta. Poi, mentre le endorfine entrano in circolo, fa lievemente di si con la testa, gli occhi restano chiusi alcuni secondi e la vedo cominciare a masticare mentre il poco rossetto che le è rimasto sulle labbra disegna piccoli otto nell’aria. Muove la bocca lentamente e poi sempre più velocemente, in morsi più avidi e ripetuti. Accelera e rallenta, comanda un gioco che conosce bene, poi succhia dalla cannuccia qualcosa che fa andare su e giù la sua gola con la testa appena reclinata all’indietro. Per duecentoquaranta secondi, si dimentica dello stronzo che le ha dato buca venerdì sera, della casa che puzza di muffa, del lavoro che le da il voltastomaco e di quello che resta dei suoi fianchi appoggiati su quello sgabello. Duecentoquaranta secondi. Gli ultimi due morsi che restano sono quelli in cui non chiude più gli occhi, ma fissa quello che rimane del suo pranzo sulla punta delle dita che infila in bocca e succhia facendo uno schiocco sordo con le labbra. Beve ancora, sento il risucchio della cannuccia che cerca di pescare inutilmente qualcosa in mezzo al ghiaccio. Duecentoquaranta secondi. Poi, si pulisce le dita con un tovagliolo.

mercoledì, marzo 04, 2020

[ mentre aspetto che apra il bar ]











Non rimango mai. Tu lo sai già e forse è anche per questo che non ti svegli. Guardo lo spicchio di cielo disponibile fuori dalla finestra, il tuo gatto acciambellato sui miei vestiti, il riflesso rosso dei led della sveglia che lampeggiano l'alba sul tuo culo liscio, e tu, sul fianco dove sogni a piccoli scatti, con il libro scivolato a terra, un bicchiere di sete buono per metà e un dito in bocca come i bambini. Mentre mi rivesto scelgo con cura cosa dimenticare da te, do una mano al caso trovando il posto più adatto, faccio in modo che ti guardi e ti costringa a sorridere un attimo dopo averla vista, è un'arte sai, anche per questo (credo) non arrivo mai troppo lontano. Scivolo fuori dal letto e da casa tua, bagnato, con il tuo odore addosso, una camicia a rovescio e resto lì, a respirare il mattino silenzioso e fresco come tutte le cose che cominciano. Il resto è solo una piccola, stupida, attesa.

lunedì, marzo 02, 2020

[ ruberie ]



















È che stai li a parlarmi di assonometrie, dicotomie, anoressie, planimetrie, diottrie, muovi le mani e giù con le malinconie, le tassonomie, e gli occhioni a bambola che sbattono non appena ti inclino e dici "uaua" come una tromba jazz in una sordina di vino e che carino dici, del mio ultimo scarabocchio a colpo d'occhio, ma non trattieni, incontinente e bella come sei e ti fai sotto ancora tintinnando di pietre al tuo collo maledetto che singhiozza tra una risata e un battito, e versami l'ultimo sorso di cioccolaterie, cineserie, chincaglierie, diavolerie. Ed io, che vorrei solamente toccarti le tette e nient'altro, giuro.

venerdì, gennaio 17, 2020

[ amore d`oltremanica ]









Hai voglia tu, a contare i passi e i chilometri, a mettere la punta del compasso sul parallelo che ci divide come un dispetto, come un tramonto atteso sull'orizzonte sbagliato, come dieci anni. Hai voglia a mettere in una valigia tenuta con lo spago, le responsabilità, il rimpianto in busta semplice e una camicia pulita. Proprio Io, che non volo mai per allegria, col mio berretto da aviatore ed il brevetto da incerto, io che t'amo come posso, da qui, sopra i vuoti d'aria e quelli a rendere, a diecimila metri sul livello del mare senza una scusa buona per presentarmi alla tua porta, conciato male e vestito peggio, con la faccia di chi sa che l'unico modo per restare è un biglietto di sola andata, vicino al finestrino.