mercoledì, ottobre 04, 2017

[ il feng shui dell'ammore ]

















Io mi innamoro prima del corpo. Come tutti d'altronde. L'anima arriva sempre un quarto d'ora dopo, trafelata, con le valige in mano, non chiede scusa e nemmeno permesso, si fa spazio tra le costole, svuota i cassetti dei ricordi spaiati, si affaccia dalla mia pancia e mi chiede se ho l'esposizione a sud, che per la sua cervicale sarebbe una mano santa. Poi sale su per la gola, mi spezza il respiro, mi ruba gli sguardi senza restituirne manco mezzo e dopo, non contenta, si piazza su in alto, in mezzo ai pensieri, tra le tempie e le nuvole ricce, subito dietro le ciglia per intenderci. Con una bussola in tasca quindi, al prossimo sguardo, potrete sempre voltarvi verso nord sapendo bene che la libertà è un posto umido con il muschio alla base degli alberi e un'alba indecisa che dura anche mesi, se vuole. Ma tutto questo ovviamente, solo nel caso in cui vi piacciano i lunghi risvegli, va da sé.

lunedì, settembre 11, 2017

[volevo essere le tue gambe]

Un noir scritto di domenica pomeriggio.

Ti cade il gelato dagli angoli della bocca, lo raccolgo con un cucchiaino e te lo ricaccio dentro. Hai le braccia lungo i fianchi e la testa inclinata su una spalla, gli occhi fissano un punto lontano, l'ultima immagine sulla tua retina è una conchiglia bellissima. La signorina alla cassa mi guarda con tenerezza, allora ti pettino guardandoti con gli occhi dei cani e la stronza va in brodo di giuggiole dentro la sua divisa rossa macchiata di lampone e cioccolata. Pago, spingo la tua sedia a rotelle fino alla porta a vetri.                                        
-Credevo ti piacesse il gelato, cazzo.                                                                                    
Quando usciamo dal centro commerciale è quasi aprile, ti alzo il bavero del giaccone. 
-Non prendere freddo, amore.
Alla pompa di benzina metto 20 euro, tutto quello che mi rimane in tasca. Ho speso il resto al ristorante, tu non hai toccato cibo e non sai che pena si prova a chiedere davanti a un piatto di mazzancolle fredde e ad una sedia a rotelle in fibra di carbonio “Non mi ami più?”. Avrei voluto una risposta qualsiasi. Chi tace acconsente. Ti accendo una sigaretta mentre torniamo a Roma. Quando arriviamo sotto casa, dormi, o forse fai finta, ti tolgo la cintura di sicurezza e soffio via la cenere dal tuo maglione.

Mentre ti allargo le gambe immobili Hai lo sguardo al soffitto, ti abbasso gli slip, ti frugo come un ladro. “Ti piace?” non rispondi, mi slaccio i pantaloni. Sei asciutta e mi fa male, me ne frego, e continuo a sbattere. Tu guardi oltre le mie spalle, come sempre, mentre la mia saliva scivola sul tuo collo, dietro l’orecchio, sulle tue guance. Un attimo prima di venire ti guardo negli occhi e dico qualcosa che ora non ricordo. In bagno ti aiuto a lavarti, l’acqua è fredda e tu non fiati, appoggio la mia fronte alla tua tempia, cerco una complicità che non vuoi, ti cade la testa sull’altra spalla. Piango.

Sei dall’altra parte del divano, a due, forse trecento metri da me. Hai i riflessi azzurri della televisione sulla faccia, qualcuno canta. Alle tre meno un quarto mi sveglio di soprassalto, con un fischio alle orecchie. Alzo la cornetta e faccio un numero a caso.

-Pronto?...

Quando bussano alla porta, dallo spioncino vedo solo un occhio cerchiato e il ficus sul pianerottolo. Apro. 
-Lei è il signor D’anza?

-si? 

-Sono il commissario Caponegro, ci ha chiamato lei un ora fa...

-Ah, si, entrate, solo il tempo di vestirmi.

Aveva scelto i sassi piatti e lisci con cura in mezzo alla sabbia e alle ossa bianche dei dinosauri .C'erano alghe scure come capelli incastrati nello scarico. Poi li aveva fatti saltare come ragni d'acqua, fino all'orizzonte. "...è facile, guarda" e aveva tenuto il baricentro basso, davanti alla noia della ragazza seduta su una coperta a quadri. 
-Allora? 
Lo disse piano scansando un guscio di granchio con la punta di una scarpa. 
- Allora cosa? È finita.
Mentre stringeva la sciarpa intorno al suo collo tenendola ferma con un ginocchio, si guardò intorno, in mezzo ai ciottoli un triciclo senza una ruota e un preservativo nella risacca come una medusa. Finché non smise di respirare. A lei uscirono un po’ di lacrime e non era tanto il dispiacere per l'addio, ma il sale nella bocca, si, e pure un poco per il freddo. Dopo le aggiustò la giacca e la mise seduta. Le tolse le scarpe, sistemandole bene i piedi, uno vicino all’altro. Tolse il blocco alle ruote e riprese a spingere la sedia a rotelle 
-Andiamo a fare una passeggiata L'aria di mare ti farà bene, vedrai. 
Poi si diressero verso il centro commerciale.

giovedì, agosto 24, 2017

[senza ritegno / boogie]









T'amo come si amano i pizzoccheri e le cosce delle monache sappilo, t'amo si, t'amo col tuo nervo vago e col ginocchio valgo, t'amo come si ama lo gnocco fritto e la gnocca calda che c'hai solo di giovedì. T'amo perché sei tutta un culatello, principessa sul mio pisello, profumata come una pagnotta, un poco mignotta e allora ti sbuffo e baruffo, mi sazio e m'incazzo, mi mordo le mani e ti chiedo se m'ami e te, mi rispondi che tr'ami. È tutta qui la questione, che te, mi blocchi la digestione. Ma t'amo stronzetta e anzi no, ti amaro e ti amarerò per sempre.

martedì, luglio 18, 2017

[stanza 23]












La vita non sa niente di noi. E cosa vuoi che importi a chi comanda le maree, a chi doma le stagioni e gli elementi, dei nostri bisbigli e del tintinnio della tua bigiotteria mentre rovesci gli occhi al soffitto, dei baci, dei nostri sguardi clandestini nelle pensioni da poco. Il mondo non sa niente di noi, del tuo rossetto sul bicchiere, della bibbia nel cassetto, del tuo culo bianco tra le lenzuola annodate per l'ennesima fuga all'alba. Cosa vuoi che importi di noi al tizio che attraversa la strada, all'orologio fermo all'angolo, al libro con le pagine sottolineate della ragazza sull'autobus. Niente. Ecco, l'amore è cosa da niente sai e Il tempo è così poco, piccola, che perderne altro a spiegarcelo, mi sembra l'ultima nostra bestemmia.


venerdì, luglio 14, 2017

[chiamami]



















Il cameriere aveva fatto scivolare la giacca a terra, uscendo di scena con un vassoio di linguine allo scoglio pieno di gusci. Raccogliendola, aveva infilato la mano nella tasca e il foglietto era ancora sul fondo coi suoi numeri scritti a penna, piegato con cura in mezzo a pochi spicci. Gli altri Erano tutti lì, poco oltre le bottiglie della minerale e del vino vuote per metà. Un mormorio distratto in mezzo agli avanzi e al tintinnio delle posate e dei bicchieri. Famiglie, pensava, persone unite nel bene e nel male con il proprio vissuto, complicità, piccoli sguardi di cui non avrebbe mai potuto sapere o far parte. Guardava. Guardava lei che aveva accostato le labbra all'orecchio di lui, che era venuto appena avanti con il busto come per ascoltare un segreto, aveva sorriso con il naso tra i suoi capelli, un attimo dopo. Mentre svuotava la bustina di zucchero nella tazzina, ebbe netta la sensazione del caffè amaro e della differenza tra sentirsi solo ed esserlo. Pensò alla sua voce e alle sue mani che giocavano con un orecchino. Aprì il nuovamente biglietto. Spostò la sedia indietro e alzandosi disse: "Vado a lavarmi le mani" .

venerdì, giugno 30, 2017

[piccole cronache senza vergogna / autogrill]

Odio il Jazz. Odio il jazz in radio quando prendi una stazione sola. Il jazz prestato al pop mi fa pensare a Fausto Papetti. Fausto Papetti mi fa pensare agli autogrill e a quelle copertine di dischi piene di tettone abbronzate e al tema del padrino storpiato a colpi di sassofono e alla cioccolata coi buchi. La cioccolata coi buchi mi ricorda ogni volta, che certe cose per averle devi desiderarle a morte, che sennò, chi cazzo te le da'. Gli autogrill mi ricordano i cessi invece, quelli con le scritte zozze e i numeri di telefono. All'autogrill di Roncobilaccio, dopo il caffè, pisciavo tutto contento che c'era una barista che mi sorrideva sempre. E poi mi leggevo tutti i numeri, ma proprio tutti. Ho smesso solo quando ci ho letto il tuo. Ma che ne sapete voi.Odio il jazz.

mercoledì, giugno 21, 2017

[di maggio]










Fuori dal finestrino ci sono solo Roma, una parvenza salata d’estate nell’aria, una danza di lucciole bianche, uno della nettezza urbana che torna a casa e il silenzio irreale di certe notti, quello ovattato e quasi assoluto che riesci a percepire solamente poco prima dell'alba o dopo una nevicata. Solo che è la fine di maggio e a maggio non nevica.

L'enormità di alcune cose ti rende muto, per questo non diciamo una parola da quando siamo usciti dall’ospedale. La macchina scivola sull’asfalto silenziosa come una barca e navighiamo a vista dall’Isola Tiberina fino a Via Britannia col solo miraggio di un caffé. Al bancone del bar guardo le tue dita lunghe girare il cucchiaino nella schiuma, la bustina di carta marrone strappata per metà, le paste oltre il vetro, i tuoi occhi azzurri dietro le lenti, l’orologio che segna le 04:45. Poi sento il rumore delle tazzine sistemate nella lavastoviglie dal barista checca che anche stanotte ti fa gli occhi dolci, il vapore della gaggia, il fruscio della barba appena spuntata mentre ti lisci la punta del mento e mi dici:

-Mi somiglia?
-Veramente no, è spiccicata a lei per fortuna, ma crescendo magari…
-Vaffanculo…

Ridiamo.
Del giorno che stava per arrivare non avremmo potuto sapere troppo di più di quello che la penombra ci stava regalando, ma non saremmo mai più stati così silenziosamente complici e vicini ai ricordi che negli anni avevamo condiviso, così vicini alla gioventù e a tutto quello che eravamo stati da poterla quasi sfiorare allungando un braccio. Ma eravamo voltati indietro per un attimo ancora e nient’altro, consapevoli e impotenti che certi inizi, sono inevitabilmente la fine di qualcosa. Dopo quel saluto, niente sarebbe stato più come prima. Mentre apro lo sportello della macchina mi chiedi:

-E adesso?
-E adesso andiamo a dormire e ci sentiamo domani, come sempre.

Poi metto la freccia e esco dal parcheggio, proprio mentre comincia a nevicare.