venerdì, giugno 10, 2016

[la corrispondenza]















“Con la ricevuta di ritorno sono novantacinque centesimi, grazie”. La tipa allo sportello lo informò che il peso della busta era ventuno grammi. “Come l’anima” si disse. E infatti dentro c’era scritto “T’amo con tutta l’anima, e basta.” Magari era per quello che pesava così, vai a sapere. Che poi, che lei ricevesse o meno la busta quale differenza poteva fare in fondo? Oddio - Se la riceve e mi ama, allora risponderà, così saprò due cose ben distinte - pensò - La prima è che sono ricambiato e la seconda (non in ordine di importanza) che l’ha ricevuta – in caso contrario però, avrebbe potuto macerarsi in infusione di ginepro aceto balsamico e dubbi per giorni e giorni, frollandosi tra: Non l’ha ricevuta, l’ha ricevuta ma non risponde, non risponde, quindi non m’ama. 

Il dubbio quindi, era il prezzo. E al cambio attuale il dubbio stava giustappunto novantanove centesimi. E un amore da novantanove centesimi non merita nessuna certezza, per entrambi.

E la imbucò senza mittente.

lunedì, maggio 16, 2016

[piccole cronache senza vergogna / spettatore]

















Ti guardo e penso a quel gatto rosso che teneva il passero in bocca. Gli tiro un sasso, dicevo. Vedevo un’ingiustizia cosmica, una crudeltà, facevo l’eroe, dicevo. Lo salvo, si lo salvo. Poi mio padre fuori campo mi diceva che non potevo salvarli tutti, che ognuno aveva il suo ruolo. Il gatto fa il gatto e il passero fa la preda, è nella natura delle cose e va rispettata. Che intervenire, in qualche modo, avrebbe rotto un equilibrio. Prova ad essere spettatore e capirai, diceva. Dall’altra parte del guado ti vedo mentre l’omino del semaforo lampeggia prima di liberarci senza uno sparo. Ti si rompe la busta. Stai ferma con lo sguardo in basso mentre la frutta rotola in mezzo alle scarpe buone dei passanti, una chiazza bianca si allarga sull’asfalto nel riflesso liquido e rosso delle frecce in doppia fila, una pista di latte e mele candite sulle tracce dei copertoni in cui ti vedo riflessa. Così come la tiepida disperazione dell’abitudine, vedo il senso unico dei destini piegati alla natura delle cose, il cappotto con le maniche mangiate, chi ti aspetta a casa, il post- it attaccato al frigo che ti ricorda il dosaggio di qualche medicina o di passare in tintoria a ritirare le cose invernali e vedo il latte che si mischia al rivolo d’acqua che trascina sapone e foglie secche, un riflesso arcobaleno di olio per motori quattro tempi che scivola verso il tombino.

E rivedo il gatto rosso capite, e faccio l’eroe, mi dico. Ti salvo, si ti salvo. Mi piego e ti aiuto a raccogliere la frutta.

Il fatto è che i passeri poi, ho provato a salvarli tutti.

lunedì, aprile 18, 2016

[piccole cronache senza vergogna / come la guerra]















In questi anni di guerra, in questa folle corsa, incapace persino di far riposare i cavalli, guardo indietro, a tutti i nemici caduti per amore. Vedo il villaggio distrutto, le capanne vuote, le colonne di fumo sui campi di battaglia. Vedo gli sguardi di quelli che ho amato, senza amarmi. Tutto quello che ho perso è lì, in mezzo alle cose che bruciano, alla neve rossa che torna bianca, ai miei sguardi dietro le spalle. Quello che ho perso è troppo, me lo dice la bocca che sa di sangue, il corpo che cigola sotto i colpi del tempo, i solchi sotto le dita. Me lo dicono questi giorni senza riparo e bellezza. Me lo dici tu, con il petto che scoppia e la lingua nella polvere, la tua corsa zoppa finisce nella sola pietà che ho. Quella per me.

martedì, marzo 15, 2016

[domande apparentemente senza motivo / dove scende?]












[foto di Thomas Leuthard]

Col tempo, sono riuscito a scrivere un po' ovunque, anche in treno. Quel rumore buono di ferraglia e cigolii ad ogni stazione, tutte quelle lamiere che si flettono sotto il peso della distanza e del ferro, l’odore di plastica e pioggia, mi rendevano le cose così facili da sembrare uno scherzo. Avevo bisogno e dipendevo da tutte quelle persone che per una manciata di chilometri mi raccontavano la vita in mezzo alle valige, ai biglietti persi nelle tasche di cappotti e giacche sempre troppo grandi, confessando sottovoce come con l’analista o il prete. Il fatto è che quello che riesci a raccontare agli sconosciuti non ha filtri, è senza inibizioni o paure, nessuna vergogna. Perché il tizio a cui hai appena detto che tua moglie ti ha mollato portandosi via i figli, o che bevi, oppure che hai appena ucciso qualcuno mostrandogli i palmi sporchi di mirtillo, scenderà ad una fermata qualsiasi e puoi stare certo che non sarà mai la tua. Questo spiega perché chi sta per vuotare il sacco, ti chiede sempre “e lei, dove scende?”. Quello che resta poi, è il tempo di abituarsi al posto vuoto e a quella leggera malinconia che se ne va non appena cominci a scrivere.

venerdì, febbraio 26, 2016

[storielle surrenali / bite]



















Poco prima di andare a lavoro, mentre mi versi il caffè appoggiata al frigo, mi dici che da un po' la notte digrigno i denti e che li batto come se avessi freddo, oppure facendo un rumore prolungato, una cosa che sta tra il cigolio del cuoio e il raschio delle posate sul piatto. Dici che dopo non riesci a prendere più sonno, che forse era meglio se russavo come il marito di Diana. E dici anche che allora mi fissi a lungo, nella penombra e guardi la mia bocca muoversi ritmicamente, continuamente. "Poi ad un certo momento smetti di colpo e fai uno strano sorriso, sai,come se fossi soddisfatto, come se stessi sognando qualcosa di particolarmente bello e piacevole". Zuppo l'ultimo biscotto nel caffè e dico "Mi spiace, non lo sapevo, nessuna me lo aveva mai detto prima...".
Allora mi dici che hai letto da qualche parte che i denti che battono sono contrazioni involontarie della mandibola, un modo inconscio di scaricare la tensione, che dovrei farmi dare un'occhiata dal dentista e che magari dovrei anche mettermi in bocca uno di quegli affari di plastica dura che ti impediscono di consumarti quel poco che rimane dei denti, che una tua amica ha avuto lo stesso problema e che da quando si è messa quel coso in bocca gli è persino passato il mal di schiena.

Poi posi la tazza nel lavandino e dici "vado". Mi dai un bacio e esci. Resto per un attimo fermo a fissare lo spazio vuoto che hai lasciato davanti al frigo. Mi tocco la pancia tenendola leggermente per i fianchi, come farebbe una partoriente. Ho preso peso. Dieta alcalina del tasso di acidità e del PH di stocazzo. Vado a vestirmi.

Il dentista accende il visore retroilluminato e guarda l'ortopanoramica in formato panavision, la fissa in silenzio come si potrebbe guardare un'opera d'arte al Moma. Poi comincia a fare di si con la testa, annuisce come se improvvisamente ne capisse il significato intrinseco, il valore astratto. Poi fa anche di no, poi mi guarda un attimo come se fossi un oggetto inanimato, e forse lo sono, e spegne il visore.
"Bruxismo", dice. Digrigno i denti nel sonno e li sto progressivamente consumando. "Vede? qui sono tutti consumati, se continua in questo modo, a breve avrà dei seri problemi..."

Insomma dovrò mettere un paradenti come i pugili. Seicento euro per sembrare uno che sta combattendo per il mondiale dei medio-massimi. E io non ho nemmeno il mal di schiena, non so se mi spiego.

A cena, ti racconto quello che mi ha detto il dentista, che non ho seicento euro da buttare, e che non vedo l'ora di mettermi a letto. Anzi no, non vedo l'ora di dormire, e mi rendo conto mentre lo dico, che non è proprio la stessa cosa.
Poi mi alzo e salgo in camera da letto.

Sogno di mangiare. La notte intendo, io sogno solamente di mangiare, di ingozzarmi di ogni tipo di cibo ininterrottamente e in quantità abnormi. In questi sogni sono quasi sempre seduto ad una tavola imbandita con ogni ben di Dio. Il posto non è sempre lo stesso, anzi cambia quasi sempre, quello che non cambia è la situazione, il senso di fame crescente e il desiderio insopprimibile e violento di mangiare. Se il cibo non c'è, lo invento, lo tiro fuori dal nulla come un prestigiatore farebbe con un coniglio dal cilindro, solo che nel mio caso il coniglio probabilmente sarà alla cacciatora, o al forno. E quindi mastico, mastico ininterrottamente finché non riapro gli occhi. A volte ho anche un tovagliolo a scacchi bianchi e rossi legato al collo con un nodo, a volte mangio con le mani, a volte sento gli odori, a volte sento che mia moglie mi fissa nel buio. A volte sento anche i sapori.

Questo spiega perché sorrido probabilmente, e forse anche perché ho preso peso.

giovedì, febbraio 25, 2016

[piccole cronache senza vergogna / non toglierti il pigiama]













Non riesco a lasciarti, capisci. Io vorrei tanto, ma te ne stai davanti a me con la faccetta pista di sonno e il tuo pigiama assurdo con gli elefantini, e allora ecco io ti scoperei a vita, mi segui? In piedi, così. Quando sei arruffata dentro quel coso di flanella io non farei altro, anche perché non c'è altro da fare, siamo onesti. Bevi un sorso e poggi il bicchiere di latte freddo sopra le briciole, e poi mi dici, roteando lo sguardo per prendere la rincorsa una cosa come: "...stabilità, bambino. Manca, questa storia dondola, stiamo scivolando giù, non lo senti?". Allora ti dico : " È la terra, si sta inclinando verso sinistra, te ne accorgi dal bicchiere, guarda la linea di galleggiamento del latte. È sbieca, sai che vuol dire questo? Che finiremo per scivolare giù, andremo a sbattere contro qualche paese del sud america, e poi più giù, portandoci appresso gli sgabelli, la tovaglia, il tuo latte e tutti i tuoi biscotti integrali senza olio di palma che non sanno di un cazzo, a ruzzoloni verso Capo Horn e il polo sud. E poi pluf. Vuoto. Ionosfera, ozono e un silenzio blu oltremare. Rotoleremo per sempre in un'eterna capriola.

"E come ne usciamo...?" Sto per risponderti che non lo so, ma poi tu, ti togli il pigiama.

mercoledì, gennaio 13, 2016

[il resto, mancia]


















Dovrei spiegartelo, cos'è la distanza per me. Ma dovresti sapere cosa sono le ultime bracciate prima di una boa, quando l'aria sembra finita, per esempio. O cos'è quello spazio bianco dove non ti succede niente, nulla ti ferisce, e tutto ancora potrebbe accadere. Dovresti sapere che quello che sono in grado di accettare è tutto ciò che non è stato. Quello che mi è insopportabile invece è cosa rimane di noi, come le mance lasciate ai tavoli dei caffè. Il resto è ruggine sai, un cigolio sommesso, gli spiccioli del pomeriggio come cicale nelle tasche a ricordarti che il giorno, ha detto tutto quello che poteva.