martedì, novembre 22, 2016

[piccole cronache senza vergogna / un tempo fermo]















Hai gli occhi dell'assassino, sguardi di brace appena sotto le ciglia. Stringi i pollici e inghiotti la sete nel respiro delle ore più corte, voltata sul tuo profilo migliore. Sola, come le piazze vuote, nell'angolo del letto dove tira sempre vento, come i latrati al giorno che crepa. Dormi già, con lo stupore dell'alba asciugato nella curva amara della tua bocca. Se ti svegliassi adesso, sai, con un colpo di tosse o con la scusa buona piantata tra le gambe, mi scambieresti per un ladro di polli, per la faina nei tuoi cassetti. Assomigliare così tanto all'amore che è stato, sarà il mio trucco migliore, bambina. Ma tu dormi ancora se puoi, è solo ieri. Eppure già così tardi.

venerdì, ottobre 14, 2016

[piccole cronache senza vergogna / relatività alla cassa sette]

















Alberto del reparto salumi è la copia sputata di Einstein. Sarà la matita sull’orecchio o i mostruosi calcoli IVA compresa che fa alla velocità del suono, vai a sapere. Io ho in mano un biglietto con il numero 435B e devo comprare due etti di stracchino del casale triste e poi una cosa che da qui sembra prosciutto crudo ma che più probabilmente è silicone abilmente dipinto a mano da professionisti della contraffazione alimentare. L’emmenthal al polistirolo espanso e colori acrilici della scorsa settimana andrebbe esposto al moma. Comunque Il led del contatore ora segna 201B, praticamente una vita, e al bancone c’è una stronza con la lana di vetro al posto dei capelli che sta organizzando la cena del rotary, compra roba ininterrottamente da sei ore. La cosa ha procurato reazioni a catena scomposte: due suicidi al reparto surgelati, sequestri di persona, crisi di identità, senso di morte, iperventilazione, mutazioni genetiche, matrimoni, odio razziale. Allora ammazzo il tempo guardandomi intorno, che tradotto per i non alloctoni di questa pagina significa semplicemente guardare le femmine che si aggirano ancheggiando tra gli scaffali. Avvisto una suora carmelitana coi baffi, un transessuale coi baffi, e Gino del reparto pane & pizza che ci ha i baffi anche lui. In totale tre minuti e venti secondi. Quando mi volto di nuovo il led segna 436B. Guardo sbigottito la suora coi baffi che sta comprando due scamorze fatte con il pongo all’altro capo della curvatura spazio temporale che unisce i nostri biglietti. Alberto, che è la copia sputata di Einstein ammira le venti fette di culatello sulla bilancia e fa: “Sorella, è venuto un po’ di più, sono E = mc2, che faccio lascio?”

venerdì, settembre 23, 2016

[l'innocenza ad agosto / frammento]









Aveva visto il flipper all'angolo del bar, il record era fermo su settantasettemilacinquecento. Mancavano un paio di lampadine e l'immagine sul vetro opaco mostrava una tizia col costume rosso abbracciata a uno con la pistola che somigliava vagamente a Sean Connery, anche se a guardarlo meglio gli ricordava uno che scaricava cassette ai mercati generali che aveva arrestato qualche anno prima per un furto di dentiere in una casa di riposo.Mise la moneta da cinquecento lire nella fessura e il flipper prese vita in un tintinnio di campanelli e suoni da film di fantascienza di serie b. 
Tirò la molla indietro e vide il bordo del flipper ingiallito dalle sigarette e dal sudore. Lanciò la prima palla che si infilò come un proiettile in una parabolica di vetro e finì dritta dritta nella buca centrale. Lo stronzo cercava rogna, era chiaro. Si tolse la giacca, si arrotolò le maniche e rispose al fuoco per una mezz'ora buona smadonnando e dando fiancate a ritmo sincopato fino all'ultima pallina, che passò perfettamente in mezzo alle due levette mentre pigiava i tasti a cazzo come un forsennato e chiudendo così la performance con ventimila punti e un vaffanculo, che il barista ignorò grazie all'udito selettivo, dono che solo quelli che lavorano al bancone affinano con anni e anni di pratica, che come in ogni materia dello scibile umano ci sono vaffanculo e vaffanculo. Poi si ricordò che da ragazzino, all'argentario, passava i pomeriggi d'estate al Bar Cellona, dove un tizio con gli occhiali sulla fronte, l'ovatta nel pacco dei jeans e gli zoccoli ai piedi che facevano schifo e che tutti affettuosamente chiamavano "caciotta", occupava l'unico flipper disponibile anche per quattro ore consecutive. Mentre caciotta inanellava record a ripetizione dal '77 all '82 fuori passavano i motoscafi, gli anni e la noia dell'attesa che lo stronzo si decidesse a passare ad attività più redditizie e li lasciasse giocare, il che avvenne solo nel 1983 quando si convinse finalmente a crepare di overdose a 34 anni. Ma era troppo tardi, probabilmente, perché lui era ancora vivo, più o meno, ma rimaneva comunque una sega a flipper.

venerdì, giugno 10, 2016

[la corrispondenza]















“Con la ricevuta di ritorno sono novantacinque centesimi, grazie”. La tipa allo sportello lo informò che il peso della busta era ventuno grammi. “Come l’anima” si disse. E infatti dentro c’era scritto “T’amo con tutta l’anima, e basta.” Magari era per quello che pesava così, vai a sapere. Che poi, che lei ricevesse o meno la busta quale differenza poteva fare in fondo? Oddio - Se la riceve e mi ama, allora risponderà, così saprò due cose ben distinte - pensò - La prima è che sono ricambiato e la seconda (non in ordine di importanza) che l’ha ricevuta – in caso contrario però, avrebbe potuto macerarsi in infusione di ginepro aceto balsamico e dubbi per giorni e giorni, frollandosi tra: Non l’ha ricevuta, l’ha ricevuta ma non risponde, non risponde, quindi non m’ama. 

Il dubbio quindi, era il prezzo. E al cambio attuale il dubbio stava giustappunto novantanove centesimi. E un amore da novantanove centesimi non merita nessuna certezza, per entrambi.

E la imbucò senza mittente.

lunedì, maggio 16, 2016

[piccole cronache senza vergogna / spettatore]

















Ti guardo e penso a quel gatto rosso che teneva il passero in bocca. Gli tiro un sasso, dicevo. Vedevo un’ingiustizia cosmica, una crudeltà, facevo l’eroe, dicevo. Lo salvo, si lo salvo. Poi mio padre fuori campo mi diceva che non potevo salvarli tutti, che ognuno aveva il suo ruolo. Il gatto fa il gatto e il passero fa la preda, è nella natura delle cose e va rispettata. Che intervenire, in qualche modo, avrebbe rotto un equilibrio. Prova ad essere spettatore e capirai, diceva. Dall’altra parte del guado ti vedo mentre l’omino del semaforo lampeggia prima di liberarci senza uno sparo. Ti si rompe la busta. Stai ferma con lo sguardo in basso mentre la frutta rotola in mezzo alle scarpe buone dei passanti, una chiazza bianca si allarga sull’asfalto nel riflesso liquido e rosso delle frecce in doppia fila, una pista di latte e mele candite sulle tracce dei copertoni in cui ti vedo riflessa. Così come la tiepida disperazione dell’abitudine, vedo il senso unico dei destini piegati alla natura delle cose, il cappotto con le maniche mangiate, chi ti aspetta a casa, il post- it attaccato al frigo che ti ricorda il dosaggio di qualche medicina o di passare in tintoria a ritirare le cose invernali e vedo il latte che si mischia al rivolo d’acqua che trascina sapone e foglie secche, un riflesso arcobaleno di olio per motori quattro tempi che scivola verso il tombino.

E rivedo il gatto rosso capite, e faccio l’eroe, mi dico. Ti salvo, si ti salvo. Mi piego e ti aiuto a raccogliere la frutta.

Il fatto è che i passeri poi, ho provato a salvarli tutti.

lunedì, aprile 18, 2016

[piccole cronache senza vergogna / come la guerra]















In questi anni di guerra, in questa folle corsa, incapace persino di far riposare i cavalli, guardo indietro, a tutti i nemici caduti per amore. Vedo il villaggio distrutto, le capanne vuote, le colonne di fumo sui campi di battaglia. Vedo gli sguardi di quelli che ho amato, senza amarmi. Tutto quello che ho perso è lì, in mezzo alle cose che bruciano, alla neve rossa che torna bianca, ai miei sguardi dietro le spalle. Quello che ho perso è troppo, me lo dice la bocca che sa di sangue, il corpo che cigola sotto i colpi del tempo, i solchi sotto le dita. Me lo dicono questi giorni senza riparo e bellezza. Me lo dici tu, con il petto che scoppia e la lingua nella polvere, la tua corsa zoppa finisce nella sola pietà che ho. Quella per me.

martedì, marzo 15, 2016

[domande apparentemente senza motivo / dove scende?]












[foto di Thomas Leuthard]

Col tempo, sono riuscito a scrivere un po' ovunque, anche in treno. Quel rumore buono di ferraglia e cigolii ad ogni stazione, tutte quelle lamiere che si flettono sotto il peso della distanza e del ferro, l’odore di plastica e pioggia, mi rendevano le cose così facili da sembrare uno scherzo. Avevo bisogno e dipendevo da tutte quelle persone che per una manciata di chilometri mi raccontavano la vita in mezzo alle valige, ai biglietti persi nelle tasche di cappotti e giacche sempre troppo grandi, confessando sottovoce come con l’analista o il prete. Il fatto è che quello che riesci a raccontare agli sconosciuti non ha filtri, è senza inibizioni o paure, nessuna vergogna. Perché il tizio a cui hai appena detto che tua moglie ti ha mollato portandosi via i figli, o che bevi, oppure che hai appena ucciso qualcuno mostrandogli i palmi sporchi di mirtillo, scenderà ad una fermata qualsiasi e puoi stare certo che non sarà mai la tua. Questo spiega perché chi sta per vuotare il sacco, ti chiede sempre “e lei, dove scende?”. Quello che resta poi, è il tempo di abituarsi al posto vuoto e a quella leggera malinconia che se ne va non appena cominci a scrivere.