martedì, maggio 23, 2017

[achab]
















“Il caso, sebbene costretto al suo gioco tra le linee dritte della necessità, e diretto obliquamente nei suoi movimenti dal libero arbitrio, sebbene così comandato da quei due, il caso li comanda a turno, e dà l’ultimo colpo, quello che li forma, agli eventi.”

Herman Melville Moby Dick


Venerdì 27 giugno


Avresti fatto meglio a fare il pieno stamattina. Il caso governa questo spicchio di mondo, ne sono certo. Nulla è deciso, scritto, niente di quello che ci accade appartiene a un disegno più alto, divino. Più probabile che si risponda alle leggi della matematica pura, dei grandi e piccoli numeri, al caso appunto, o al caos forse, che magari è anche meglio. 
E lo capisco proprio mentre ti vedo uscire dal drugstore con una cassetta di birra appoggiata sullo stomaco, la collana con un dente d’orso ci balla sopra e addosso porti quei vestiti verde militare con le cartucciere intorno alla vita. Ridi con pochi denti, l’igiene orale è tutto sai, adesso per masticare una crosta di pane ti ci vuole mezza giornata e litri di Budweiser. Metti le lattine sul sedile posteriore mentre saluti il tizio che ti ha appena fatto il rifornimento, continuando a ridere. Il cervo è legato sul tuo cofano, vedo le corna spuntare fin sopra il tettuccio, giro intorno alla macchina e gli occhi neri mi fissano senza nessuna domanda dentro. Saliva e sangue sono colate sulla vernice bianca scendendo verso la grata del radiatore e su una ruota senza copri cerchione, le zampe rigide hanno sporcato il vetro e piegato un tergicristalli, dal tuo retrovisore pendono un santino e una coda di scoiattolo. Ti accorgi che ti sto guardando, allora sorridi tronfio e dici: 


-Bella bestia vero? Farà duecento chili, l’ho inseguito per sei ore fino a Chisum Creek, quando lo vedrà mia moglie gli prenderà un colpo. 

-Già.
Sorrido come peggio non si potrebbe. 

Poi dai una boccata alle tua stramba sigaretta gialla, stretta nei tuoi denti gialli e dici :
-Ci si vede allora. 

- Sicuro.

Entri in macchina, giri la chiave e ti immetti nella statale perdendo fango dal battistrada. Ti seguo.


Lunedì 23 giugno


Ho il fiatone, il rifugio è ad un ora e mezza di cammino dall’ingresso del parco. Lo zaino pesa poco, ho poche cose dietro, per lo più biscotti e roba liofilizzata. L’edera s’è mangiata mezza facciata e sulla veranda ci sono merda di pipistrello e muschio, la chiave fatica un po’ ma alla fine apro. Nel rifugio ci sono ragnatele, una vecchia macchina del gas e qualche pentola di alluminio, acqua corrente che sa di ruggine, un armadio con delle coperte che sanno di muffa e una scrivania senza cassetti. Il lavandino del bagno perde da sotto il sifone, come sei anni fa, apro la manopola della doccia e ne esce un rutto. Mi laverò a pezzi. Sopra il letto c’è la mappa del parco e i percorsi con colori diversi, nel comodino il tizio prima di me lascia gentilmente una copia di Hustler e una Bibbia. Metto il cambio pulito nell’armadio, e un libro di Carver sopra il comodino. La bombola del gas ringraziando iddio è ancora piena, accendo il gas e mi preparo un caffè che bevo in una tazza di latta. Poi chiudo gli occhi e mi ricordo di ieri.

-Te ne vai di nuovo?

-È il mio lavoro Selma, devo. Non uscirtene sempre con
questo tono del cazzo, come se me ne andassi in vacanza
ai Caraibi.

-Sei aggressivo, quando diventi così non lo sopporto. 

-Se evitassi di farmi assistere ogni volta a questa scenetta
patetica, potrei avere un tono più conciliante, tra coinquilini tra l’altro, mi pare fuori luogo, quasi grottesco.

-Coinquilini?

-È un anno e mezzo che dormiamo dandoci le spalle, e non parlo solo del sesso. Come vuoi che ci definisca. Comunque se volevi qualcuno che stesse a casa nei fine settimana dovevi metterti con uno come Randolph Stain.

-Randolph Stain è un coglione noioso.

-Si, ma lavora in un gabinetto di analisi e non fa il fotografo per il National Geographic. Quindi è a casa tutte le sere , i sabati, le domeniche e tutte le feste comandate. E sono quasi sicuro che quel coglione noioso con sua moglie ci scopa.

-Che vorresti dire?

- Quello che ho detto, che certe storie dovrebbero finire esattamente come sono cominciate, nel letto, e la nostra non fa eccezione mi pare. 

-Avevi detto che non saresti ripartito prima di quattro settimane, è anche il compleanno di Bud te lo ricordi? E tutto questo per un cazzo di cervo. Hai 48 anni, c’è un tempo per ogni cosa. La tua famiglia, per esempio.

-È un cervo bianco cristo santo, uno su un milione, un’occasione unica, possibile che non lo capisci? Per non parlare dei soldi. Ma certo che no, te non capisci, come puoi rinunciare al tuo giochino preferito, i sensi di colpa. Il compleanno di Bud.


Mi sveglio e ci metto parecchi secondi per ricordarmi dove sono. è notte fonda, mi sembra di sentire rumori dalla veranda. Prendo un coltello dal cassetto sotto il lavabo e apro la porta. Il fiato si gela all’improvviso e a parte i grilli e la merda di pipistrello, non sembra esserci altra forma di vita. L’ombra scura in fondo alla radura è il bosco, io ancora non lo so, ma mi stai guardando.

Martedì 24 giugno

Alle sei sono già in cammino. L’ultimo avvistamento è stato a Chisum Creek, dal rifugio sono quasi tre ore. Ho la macchina fotografica al collo e una moleskine con mezza matita nella tasca di una vecchia giacca militare. Il bosco si infittisce rapidamente, fa freddo anche se siamo quasi a luglio. Dopo un’ora mi fermo, mangio una barretta al gusto di cartone e nocciola e bevo acqua per dimenticarla. L’odore acre che mi prende alla gola è inconfondibile, lo sterco potrebbe essere anche di un lupo o di un orso, ma frugandoci con un ramoscello trovo tracce di foglie verdi e semi, magari ci siamo. Magari. Sempre ammesso che non sia un daino o un capriolo. Dopo due ore di cammino trovo altre tracce vicino a un piccolo ruscello e la sensazione di essere osservato mi sorprende, inattesa. Mentre mi piego a scattare foto ad alcune impronte, alzo la testa in tempo per sentire lo scricchiolio di piccoli legni e foglie secche calpestate, il sole è alto ora. 
Apro lo zaino e tiro fuori le due sacche di stoffa con grano maturo ed avena e li dispongo in piccoli mucchi a distanza di alcuni metri. Posiziono il cavalletto e la macchina in una zona ideale tra un grosso fusto di larice e alcune rocce ricoperte di muschio scuro, tiro fuori un telo mimetico con delle finte foglie cucite sopra e mi ci infilo sotto, il telo ha dei fori per gli occhi e per la macchina fotografica, se non mi ha già visto o sentito, potrei anche essere scambiato per un cespuglio. Ora sono pronto, posso fare quello che so fare meglio, aspettare. Sento solo il mio respiro e il rumore dell’acqua. Mi viene da pisciare. Come se qualcuno potesse vedermi, vado a farla dietro un grosso tronco marcio, e mentre mi volto chiudendomi la lampo mi accorgo che di due mucchi di grano non restano che pochi semi sparsi. Ora lo so, mi stai guardando.

Mercoledì 25 giugno

I colpi di fucile all’alba mi ricordano che la stagione della caccia è una presa per il culo, anche in un parco nazionale. Oggi le tracce sono più vicine, cammino per poco più di un’ora, il cibo che ho lasciato strada facendo deve averlo ingolosito e spinto ad avvicinarsi, lui, o qualunque cosa sia. Ieri tornando ho visto due daini, magari sono loro, cibo facile, come dargli torto. Continuo a sentirmi occhi addosso, la sensazione quasi dolorosa di essere fuori posto e poco meno che un ospite, i rumori che conosco bene, che so, diventano improvvisamente altro, dubbi. Mi giro continuamente e in ogni direzione, niente. Ma mi guardi, lo so. Dispongo i mucchi di grano e avena in una zona leggermente pianeggiante, questo mi permetterà di stare più comodo e fare delle foro decenti. Poi mi copro con il telo e aspetto. Le ginocchia mi fanno un male cane, l’umidità mi ricorda che c’è un tempo buono anche per scattare foto. Magari ha ragione Selma, magari. 
L’ombra bianca attraversa l’obbiettivo come un fantasma. 

Tolgo di scatto il telo dalla mia testa, alcuni uccelli come per un accordo non scritto scattano insieme oltre le cime degli alberi, il cavalletto cade. Bestemmio. Raccolgo la macchina, è ancora intatta, piego il telo. Il grano è sparito. Un’ombra bianca tra i rami, magari ho visto male, magari è una lince, magari.

Giovedì 26 giugno

Mentre mi alzo cigolo come un relitto, quella del led dell’orologio per ora, è l’unica luce che vedo. Stanotte è piovuto a lungo, ho sentito il picchiettio sul tetto e sulle finestre, ho dormito vestito e male. Bevo un avanzo di caffè di ieri sera mentre guardo gli ultimi scatti. Impronte sulla rena del ruscello, sterco vicino a un masso, due marmotte che si accoppiano, una falco pellegrino troppo lontano per non sembrare un corvo, ancora sterco ma stavolta sotto un acero. Niente. Probabilmente ha ragione l’editore, ogni tanto in qualche parte del mondo qualcuno vede quello che vorrebbe vedere, quello che sogna la notte. Abbiamo bisogno di stupirci, di meravigliarci. E poi, il bianco fa sempre il suo porco effetto è il colore dei miracoli e delle spose in fondo. Non dei cervi. Peccato. Mi dico che è l’ultima uscita, metto la macchinetta al collo, chiudo lo zaino e apro la porta.


Sei davanti a me, a non più di dieci metri, fermo in mezzo alla radura, mi ricordo che ho il multiscatto e premo. Non sei spaventato né sorpreso, semplicemente mi aspetti, immobile e imponente nella tua millenaria bellezza, immerso in un’aurora di lucciole impazzite. Una coscia guizza snervata da un insetto, è freddo, sul manto bianchissimo i segni delle battaglie. Provo a ricambiare il tuo sguardo fiero, a sostenerlo senza possibilità alcuna di vittoria perché è uno sguardo puro, senza giudizio. 
Quindi, alzi la gola al cielo e la sfianchi nel tuo grido di vittoria, immerso in un vapore denso e bianco. È l’urlo di un guerriero antico, l’ultimo della sua stirpe nobile, un sopravvissuto. E allora non ho scelta, faccio quello che farebbe chiunque altro davanti a un re. Mi inginocchio.

Venerdì 27 giugno


Un filo di fumo esce dal camino mentre fisso la tua casa per ore, fai avanti e indietro decine di volte da un casotto degli attrezzi tenuto insieme da pezzi di latta e filo di ferro. Preparativi per qualcosa, immagino. Poi, trascini il cervo con un argano elettrico dal cofano della tua auto fino a un tavolaccio basso sporco di sangue rappreso. Hai addosso un’incerata da macellaio, tiri fuori un coltello dalla lama lunga e liscia da un fodero con le frange che hai attaccato alla cintura. La pelle si apre come se fosse carta velina. Lo scuoi. lo fai da sempre, si vede. Ogni tanto ti fermi e ti asciughi il sudore dalla fronte, bevi birra. Poi separi la pelle dal corpo facendo attenzione a non rovinarla, la lasci ad asciugare su un filo insieme ad altre pelli di orso e lepre, la testa la lasci per ultima, probabilmente le vendi a qualche dentista che se la piazza in mezzo al salone della casa in campagna o sopra un caminetto. Chissà quanto ti daranno per una pelle bianca. Il resto lo tagli in decine di pezzi che chiudi in sacchetti di plastica che riponi ordinatamente in una ghiacciaia, roba che finirà frollata in qualche stufato della domenica mattina. Pulisci la lama del coltello sulla coscia e lo pianti nel legno del tavolo. Ora sono vicino abbastanza da sentire il tuo odore da animale braccato, la fatica e la paura sembrano avere lo stesso tanfo. Quando ti volti la sorpresa ti ruba il tempo necessario a capire che è troppo tardi. 
Il caos, governa questo spicchio di mondo. Ne sono certo. E gli incontri casuali ne sono la dimostrazione, te per esempio, avresti fatto meglio a fare il pieno stamattina.

-Ci si vede allora. Non rispondi.

Sabato 28 giugno

Dormo a scatti, mi sveglio alla stazione di Heddonfield con un fischio di treno a vapore nelle orecchie e una tizia vestita da Miss Marple che mi chiede se il posto a fianco è libero. Piove, entra gente che odora di tabacco e plastica. Ho la macchinetta fotografica ancora al collo, accendo. Impronte sulla rena del ruscello, sterco vicino a un masso, due marmotte che si accoppiano, una falco pellegrino troppo lontano per non sembrare un corvo, ancora sterco ma stavolta sotto un acero. Poi, solo una trentina di scatti mossi della radura vuota che guarda verso il bosco, alberi, nebbia e una manciata di lucciole. Di te, nessuna traccia. Probabilmente ha ragione l’editore, ogni tanto in qualche parte del mondo qualcuno vede quello che vorrebbe vedere, quello che sogna la notte. Abbiamo bisogno di stupirci, di meravigliarci. E poi, il bianco fa sempre il suo porco effetto, è il colore dei miracoli e delle spose in fondo. Non dei cervi. Peccato. Alla stazione, devo ricordarmi di prendere un pensiero per Bud.

venerdì, maggio 19, 2017

[passengers]











Succede. Succede quando sono stanco a volte, o distratto. Ma succede insomma. Succede che poso le chiavi al solito posto e ti cerco con lo sguardo, cerco le tue cose in giro, un maglione o la boccetta del profumo, un capello persino. A volte dico cose come "Sono a casa amore" o anche "Oggi è andata bene" oppure ti parlo di Stefan, di Anna, dell'ennesima bega condominiale. Poi ti chiedo di tua madre, e mi pare che tu faccia un gesto che più o meno sembra dire "Lascia stare". Mentre preparo qualcosa, a volte, sono quasi sicuro che mi abbracci da dietro poggiando l'orecchio attento sulla mia schiena mentre vai a tempo col battito e intrecci le dita intorno alla mia vita, tutta. Allora ti dico che ci riesci solo tu e la cinta che mi hai regalato per natale e ha due buchi in più, quella" mi pare anche che sorridi sai, mentre la luce del frigo mi illumina a giorno. A volte è il tuo odore negli armadi o in una sciarpa, è così che succede sai, accade senza un motivo apparente. Non è la sedia vuota, o le due tazzine da caffè sporche che vedo nel lavabo e nemmeno la polvere che danza luminosa dietro la finestra e non è neanche maggio, credimi. Non è niente di tutto questo. Succede e basta, succede almeno finché non ricordo che non esisti. Forse, dovrei prendere un gatto. Che ne pensi?

venerdì, aprile 07, 2017

[mai chiedere di hot pizza]


La foto è di Robert Adams

Pamela una sera torna a casa con quel suo broncio un po' lungo, sporcato da un mezzo sorriso. Dico:

"Che hai fatto stasera?"

"Sono stata da hot pizza con Barbara, c'era un tipo che suonava, bello..."

"Bello? Bello cosa?"

"Non so, tutto direi, anche la musica, il tipo faceva cover dei Radiohead, poi ho preso una pizza. Buona"

"Buona? Come sarebbe a dire buona?"

"Cristo santo Charlie, che significa -come sarebbe a dire buona-? Buona significa semplicemente che la pizza era buona, tutto qua..."

Poi va di la a farsi una doccia.

"Te ora mi dici da quando ti piacciono i Radiohead, che a te della musica non è mai fregato un cazzo di niente, neanche il sesso ti piace a te, crist’iddio...."

Riappare in mezzo alla nebbia annodandosi un asciugamano sulla testa.

"Mi piacciono da sempre, dai tempi di Amnesiac direi, perché?" Amnesiac, ma quando mai? Non gli piace niente, ve lo giuro su Dio. Strillo come un aquila per coprire il rumore del phon:

"Amnesiac, hot pizza e Barbara....ora magari tiri fuori che ti piacciono John Cheever o la dodecafonica... "

Mentre si apre l'accappatoio e comincia a spalmarsi crema sulle gambe cinguetta:

"Adoro la pizza coi peperoni e il formaggio, Barbara mi fa così ridere... e amo Hemingway. Sul sesso hai ragione invece, non quello che faccio con te, almeno"


venerdì, febbraio 24, 2017

[match point]











“Nel tennis, chiedere scusa dovrebbe essere considerato contro il regolamento” 
(J. Mc.Enroe)


Piove zafferano, da ore. Questo cambia non poco la percezione delle cose, questa dominante rossastra sembra pioggia acida e invece è solo lo stabilimento dei fratelli Zanatta che è saltato in aria dopo un guasto elettrico.

Un tizio alla televisione rassicura sulla scarsa tossicità dello zafferano, ma mette in guardia sul reale rischio di un aumento esponenziale del numero di risotti nei prossimi dieci anni, con tutti i rischi del caso, colesterolo compreso. Una fila ininterrotta di macchine sfila lentamente verso la campagna e le città più vicine dove stanno allestendo centri accoglienza improvvisati in scuole e palestre. 


Stanno evacuando 12.000 persone, in strada ci sono solo impronte di piedi e di copertoni su un manto di velluto lungo chilometri, sembra Pompei, una cipria sottilissima entra senza sforzo dagli interstizi delle finestre chiuse, nelle grate degli aeratori, arrivando al naso e viaggiando fino ai polmoni togliendo il respiro e seccando la gola e la bocca. Attraverso il parco, su una panchina ci sono due ragazzi abbracciati, sembrano non essersi accorti di niente -beati loro- penso. Trovo la statua purpurea della signora Laudisio con annesso carrello della spesa proprio davanti al parcheggio del centro commerciale Il Girasole. Dal fitto strato di zafferano pietrificato sbucano solo gli occhi, fissi e terrorizzati, due lacrime scendono verso i lati della bocca, prima di seccarsi sulle guance rosse e fangose. Da qualche parte, dentro quel sarcofago porpora una voce dice che non trova l’euro per il carrello, gliene lascio uno in mano.

Ti chiamo da una cabina, soffio la polvere dai tasti e lascio impronte digitali su ogni numero. Dopo il “Pronto” quasi senza respiro ti dico qualcosa che comincia con “mi dispiace” e va avanti per un po’. La tua voce ovattata risponde qualcosa frignando, coperta da una sirena dei vigili del fuoco. Da fuori, dovreste vedere la cabina e noi coperti di polvere, dovreste vedermi anche muovere la bocca. Sto dicendo cose scontate, cose che potreste immaginarvi senza sforzo, facilmente. Un tentativo di chiudere la partita uscendone pulito, la ricerca di un punto vincente. Attacco, proprio mentre un uccello viene a sbattere contro il vetro. 

Una voce registrata consiglia la conserva in offerta al reparto alimentari con roba jazz in sottofondo. Salgo le scale mobili del centro commerciale deserto fino al parcheggio sul tetto. Quando la porta si apre vedo solo un enorme campo da tennis, una distesa immensa di terra battuta a perdita d’occhio, per chilometri. Ed è proprio ora, così, mentre ti penso, che provo solo l’irresistibile bisogno di giocare un rovescio lungo linea.

mercoledì, febbraio 08, 2017

[settecento giorni]

























Le distanze non si misurano mai, figurarsi pensare di colmarle. Le nuvole non cambiano forma a caso, sfidare una curva d'orizzonte o pensare di farlo, ci cambierà per sempre, senza ritorno. Per cose più grandi di noi come lo spazio e il tempo, o per allontanarsi in silenzio, servono rispetto, disciplina e un talento puro e crudele.

lunedì, gennaio 02, 2017

[cosmonauta]













“...la, lallà, lalallà, lallallà..... mi sentite?” (scricchiolio)

Riprovo, e mi metto più lontano, arrivo fino all’ufficio postale.

Ha il fegato pieno di buchi. Guarda il medico togliere le lastre dal visore retroilluminato e pensa alla spugna con cui si fa il bagno. Vorrebbe farsi un bagno. Quello parla, parla di terapie, di centri di recupero, riabilitazione, non che lui lo ascolti più di tanto, in effetti. Sembra grave, è grave. Interpreta dal tono di voce più che altro. E subito dopo mentre gli stringe la mano, lo guarda con i suoi occhiali a mezzaluna, paga la parcella, attraversa il parcheggio e poi entra nell’Emporio Prendergast. Quando esce stringe il collo della bottiglia nella busta di carta marrone, toglie il tappo e senza guardarci dentro, manda giù.

Questo tizio che ingoia con la testa all’indietro è mio padre. Mio padre ha passato metà della sua vita ad ingoiare roba scura. E il mio ricordo più nitido è il suo pomo d’adamo ruvido che sale e scende. A bere, glielo ha insegnato Bill Stocton, che sembrava più grande e già fumava, lui. Gli ha insegnato anche un sacco di altre cose a dirla tutta, a frugarsi nelle mutande anche, che li dove stavano non è che ci fosse molto altro da fare. All’orfanotrofio Saint Andrews intendo, aspettavano. 

Aspettavano la domenica soprattutto, anche perché la domenica le suore facevano le frittelle con lo sciroppo d’acero o la torta di mele. E poi la domenica venivano tutti quelli vestiti di bianco. Arrivavano con macchine grandi e piccoli pacchi legati con dei fiocchi colorati. Erano dolci, biscotti fatti in casa o muffin, spesso erano ancora caldi e lo capivano dal profumo. Erano per i bambini, ma se li ingozzavano le suore, tutti. 

Insomma, si aggiravano per il refettorio ed il parco giochi con i loro pacchetti in mano in attesa di trovare lo sguardo giusto. Le mogli, quando ne trovavano uno guardavano i mariti sussurrando con gli occhi lucidi e la voce tremula “è lui” illudendosi che incrociare quello sguardo, gli occhi di quello che sarebbe diventato loro figlio un attimo dopo aver staccato un congruo assegno alla madre superiora, rispondesse a un disegno più alto, al destino, si convincevano che cinquecento dollari non avrebbero potuto in alcun modo cambiare quello che era già scritto. Ma in realtà era come al canile, sceglievano quello con lo sguardo che faceva più pena e quel giorno, mio padre, dopo quasi due anni di perfezionamenti e tentativi fece il miglior sguardo da cane abbandonato mai visto al Saint Andrews dal 1936. E gli andò di lusso, per un po’.

A chi interessasse, dico che Bill Stocton è rimasto all’orfanotrofio tutta la vita facendo il giardiniere fino a 83 anni, poi sorella Madsen un pomeriggio lo ha trovato morto stecchito in mezzo alle sue begonie con l’annaffiatoio ancora in mano. Bill Stocton, le facce da cane non le aveva mai sapute fare.

Questa invece è mia madre. La foto fa schifo ma, ha quarantatré anni qui. E’ quella con il vestito a fiori, ha un sorriso triste e lo sguardo acquoso. Come vedete aveva i capelli neri e una lunga ciocca bianca che scendeva verso gli occhi. Apparve all’improvviso una mattina di maggio, alzò gli occhi verso lo specchio del bagno mentre si lavava i denti e cacciò un urlo. Mio padre diceva che era stato il dolore per aver perso il bambino, mio fratello intendo, e magari era così. Io non me lo ricordo è stato prima che nascessi io e mia madre non ne parlava mai. Mi dissero solo che avrebbe dovuto chiamarsi come me e che era stato un aborto spontaneo. Ma io ho sempre saputo che non era così. Che erano state le botte. 

Quello vicino al barbecue invece è zio Nel. Qui non si vede bene, ma potete credermi sulla parola se vi dico che con la mano destra tocca il culo a mia madre. Siamo a una festa del ringraziamento di non so che anno e come girava la carne lui, nessuno al mondo, credo sia morto di gotta infatti. Comunque lo ha trovato mia zia Etta davanti alla finale del superbowl con un sigaro ancora acceso e gli occhi sgranati. 

-Poveraccio... disse al discorso funebre

-Una volta che vincono i Bulls, e non lo saprà mai.

Comunque mio zio Nel aveva preso la silicosi in una miniera di mercurio ad Almadas, e a cinquant’anni s’era preso una pensione da invalido e se ne andava in giro vestito di bianco con un bastone, raccontando storie incredibili sul sottosuolo, su pietre preziose grandi come melegrane, animali ciechi e mostruosi lunghi trenta metri e gas che facevano vedere Dio e poi ridere fino a morire. In quei pochi periodi in cui mio padre riusciva a trovare lavoro, zio Nel passava spesso a trovarci, a trovare mia madre, credo. Portava carne in pacchetti di carta gialla o uova fresche e pane. Mi cacciava banconote da venti dollari in tasca e poi sottovoce mi sussurrava: 

-Non dire niente a tuo padre, Roy.

che per un sacco di tempo non ho capito bene cosa volesse dire. Poi mi ricordo che si chiudevano a chiave nel soggiorno e mi dicevano 

- Vai a giocare, Roy, noi dobbiamo parlare.

Si sedevano sul divano, mia madre cominciava a parlare sottovoce e poi scoppiava a piangere. Allora zio Nel le accarezzava i capelli, le tirava su la testa, voltava la foto del matrimonio verso la parete e poi si sdraiavano nel velluto fino a scomparire.

Questo qui sono io, era l’estate del ‘56 credo. La foto è un po’ gialla, ma ci possiamo accontentare. Sto costruendo il mio primo razzo, “Diogene I”. Passavo i pomeriggi nella discarica di Stratton Road raccattando pezzi di lavastoviglie, ventilatori, motori di lavatrici, ma soprattutto rame, alluminio, carta stagnola e tanto, tanto nastro isolante. Il proprietario della discarica era un reduce della Corea in sedia a rotelle, si chiamava Lou. Era saltato in aria su una mina antiuomo dentro una risaia e non aveva più le gambe, anche se lui diceva che se le sentiva ancora. In cambio di tutta quella roba si faceva spingere fino all’ufficio postale o all’emporio per la spesa, poi di solito si commuoveva e finiva che mi dava pure cinque dollari.

Il primo lancio non andò benissimo, devo dirvelo, non arrivai oltre lo steccato dei Darren. L’ammaraggio avvenne sul prato appena tosato a pochi metri dalla legnaia e proprio sopra la cuccia del povero Stuck. La radio disse che il reattore aveva avuto un’avaria centocinquanta milioni di chilometri prima dello svincolo per Alpha Centauri, ma il cosmonauta era ancora vivo ed era stato estratto miracolosamente illeso dai rottami dopo lo schianto. Mio padre non la prese troppo bene, e nemmeno i Darren. Ma ora che ci penso mio padre non la prendeva mai bene, gli bastava trovare un buon motivo e un motivo lo trovava sempre. 

Questa è in bianco e nero. Qui mio padre si arrotola la cinta intorno al pugno, sento ancora il cuoio scricchiolare. Avevo rovesciato il bicchiere, o qualcosa di altrettanto terribile. Lui aveva lasciato cadere la forchetta nel purè. Le forchette nel purè non fanno rumore, non come i suoi denti comunque. Lui faceva sempre scricchiolare i denti, prima. Aveva detto “Vai di sopra” quasi sottovoce, come le altre volte. Mia madre allora, aveva alzato il volume della radio perché non sentissero i vicini, e per non sentirsi piangere, immagino. Jerry Lee lewis era perfetto, cantava “Great balls of fire” .

A luglio del ‘ 57 capii che c’erano da migliorare il raffreddamento dei reattori -che tendevano a surriscaldarsi- cosa che risolsi facilmente con un impianto al freon preso da un frigorifero in buone condizioni e poi aumentare la capienza dei serbatoi per il carburante. Due taniche ausiliarie di kerosene rubate da una vecchia stufa legate al modulo da doppie cinte di sicurezza di una dodge charger funzionarono a meraviglia. Per ripagare Lou, riuscii a montare sulla sua sedia a rotelle il motore elettrico di un tosaerba, col vento a favore è un po’ di pendenza arrivava anche a settanta chilometri orari. Il giorno del collaudo fu il primo ad arrivare all’ufficio postale, anche se non aver pensato a montare dei freni, ebbe qualche controindicazione. 

Con il secondo razzo andò meglio in effetti , arrivai oltre la terza media. 

Qui è ancora mia madre, con le mani sulle orecchie mentre fissa una torta con due candele a formare il numero dieci. Mentre la cera rossa cola sulla panna, sciogliendola, lei con un soffio di voce canta dondolando appena “Buon compleanno, Roy”. Sul tavolo c’è un pacco ancora da scartare, non ho fatto in tempo, ma non so nemmeno perché. 

È febbraio e siamo al mio compleanno e io sono chiuso nell’armadio, tanto per cambiare. Mio padre urla come un ossesso e sta cercando di sfondare la porta a pugni e calci. Ci riesce. Quando mi tira fuori e mi trascina per i capelli in giro per la stanza comincio a pregare “Non morire, non stavolta, non prima del lancio”. Dopo mi alza di peso e mi sbatte contro il muro, la vista si appanna un po’. Poi si ferma e piangendo mi dice qualcosa come “lo vedi? vedi cosa mi fai fare? Io ti voglio bene Roy, lo capisci? Ti voglio bene...” Poi cambia espressione di nuovo e fa quello che sa fare meglio. E arriva il dolore.

In questa mi cola sangue dal naso, malgrado il tampone di ovatta. Mia madre mi sta spalmando qualcosa di freddo sulla schiena con la punta delle dita, delicatamente. Ha paura di farmi male. Le dico che non sento più niente, ma non mi ascolta, non lo fa apposta, non sa farlo. Mia madre è cieca e sorda capite, lo è stata per tutta la sua vita che conosco, se solo lei e mio padre avessero rapinato banche sarebbe stata una complice perfetta. Insomma, il palo che ti aspetta fuori con il motore acceso. Aveva imparato presto a rispondere alla gente “tutto bene”, perché era il genere di risposta che non avrebbe portato con se altre domande. 

Poi capì che l’omertà, per esempio, non è una debolezza ma un crimine, e un attimo dopo che la paura non è un’attenuante, ma una scusa. Ma era troppo tardi, capite. A volte, è solo questione di attimi.

In autunno lavorai sul modulo di atterraggio. Quattro ammortizzatori di una Mustang del ‘55 avrebbero attutito al meglio il contatto della navicella col suolo alieno, e già che c’ero perfezionai anche la tuta. Usai il giubbotto di pelle dell’aviazione inglese che avevo trovato in soffitta, era di mio nonno. Con la modifica, arrivando a sedici strati di carta argentata incollati a mano all’interno, ottenni una perfetta tenuta stagna e una totale protezione, essenziale durante la violenta decompressione dell’atterraggio. Lou mi diede anche dei walkie talkie per parlare con Cape Canaveral, li provammo, ed il segnale con le pile cariche arrivava anche oltre l’ufficio postale. 

-..la, lallà, lalallà, lallallà..... mi sentite?- (scricchiolio)

-Forte e chiaro, Roy- (scricchiolio)

-Non sarà troppo vicino Lou?- (scricchiolio)

-Sei pronto Roy,- mi disse (scricchiolio)

-vattene, tu che puoi, dammi retta,- e si guardò le gambe.

-le distanze non sono quelle che copri, ma quelle che

scopri. L’ufficio postale può essere lontanissimo e se te lo dice uno senza gambe, puoi crederci. (scricchiolio)

-Passo e chiudo Lou. (scricchiolio)

Usai del silicone per sigillare il casco, e l’acquario di Waldo il pesce rosso, svuotato nello scarico, mi stava a pennello. Poi incollai una toppa dell’aviazione sul petto,una saetta rossa. Ah, e la bandiera americana, certo.

Questa invece è quando il Preside Flass viene a chiedere conto dei segni dietro la mia schiena. È in piedi sulla porta con il cappello in mano e la testa lucida che riflette un po’ di sole. Mia madre mi chiama da sotto le scale e quando scendo il preside Flass posa la sua valigetta per terra, mi fa voltare e tira su la maglietta. È ferma sulla porta della cucina e fa la faccia che faceva ogni volta che qualcuno le chiedeva spiegazioni, e dice che sono caduto dalle scale, che sono sempre con la testa tra le nuvole, un bambino distratto con molta fantasia, che uno che vuole viaggiare nel cosmo non guarda troppo la punta delle sue scarpe o dove mette i piedi. Distratto, si, ha detto così. Mio padre sta un passo indietro e annuisce coi pugni stretti nelle tasche. Il preside Flass si asciuga la testa lucida e comincia a contare fino a trenta. 

(Uno...)

Sa che non sono i segni di una caduta, sa che mio padre beve, sa che mia madre è stata al pronto soccorso altre volte, altre cadute, altre scale. E sa le conseguenze, anche. Per lui, per la scuola, pensa a tutto il rumore che farà la cosa, sa che ha già messo a tacere la sua coscienza venendo a chiedere spiegazioni, sa che ne ha avute di peggiori. 

(trenta...)

Quindi finisce di contare, si rimette il cappello sulla testa lucida. Le crede, e se ne va.

Questa è l’ultima, ha i bordi mangiati dalla rabbia, ma quello che si chiude la porta alle e poi si volta verso di me facendo quel rumore coi denti è mio padre. Ma io, sono già lontano.

Youngstown Gazette - 23 marzo 1968

“Questa è una notte che Youngstown difficilmente dimenticherà, la navetta Laika III con a bordo il cosmonauta Roy Hobbs, sfida il tempo e lo spazio profondo con una missione interstellare ai confini dell’ignoto, il nostro eroe saluta il pubblico accorso numeroso da ogni parte degli Stati Uniti agitando la mano sotto la rampa di lancio, poi imbocca le scalette e sale verso il razzo e il suo ignoto destino astrale. La tensione è palpabile e l’emozione raggiunge l’apice quando dalla torre di controllo della base inizia il countdown. La partenza del razzo, perfetta e senza nessun imprevisto, illumina a giorno la sera, l’intera cittadina di Youngstown trattiene il fiato e si stringe idealmente attorno al suo intrepido figlio, ammirandolo commossa con il naso all’insù, mentre la luccicante navicella di stagnola e poliuretano espanso solca il cielo del New Jersey come una stella cometa, illuminando il futuro di questa piccola città di provincia con direzione Alpha Centauri, per non per non fare mai più ritorno.”

“...la, lallà, lalallà, lallallà..... Mi sentite?” (scricchiolio)

-Forte e chiaro Roy- (scricchiolio)

- Avevi ragione Lou, l’ufficio postale non era poi così vicino- (scricchiolio)

- Passo e chiudo - (scricchiolio)

martedì, dicembre 13, 2016

[bolina]
















Voglio un amore. Voglio un amore cicciotto e profumato, e scalzo anche, un amore col culo bianco come la luna a mezz'aria e i fianchi larghi come un approdo si, un amore riccio e fuori di senno, di quelli che sanno di dado da brodo di giuggiole, uno sudato, con una ciocca incollata alla fronte, un amore con un vestito leggero e le gambe aperte, uno a cui contare le lentiggini e con la saliva come acqua, uno a cui raccontare balle, un amore che dici casa, con la chiazza di sole sul tappeto proprio dove dorme il mio gatto, un amore liscio come le uova, che se la da a gambe, uno che perché no? Voglio un amore da poco, da frugargli le tasche, un amore noioso, che sbadiglia, uno con il cotone nell'ombelico, che dice parolacce, uno che ti sbatte come una giacca col colore sbagliato, uno che si sporge per dirti all'orecchio cose che il resto del mondo ignora, voglio un amore col respiro corto di chi è chiuso nell'armadio e nessuno lo vede. Voglio un amore, voglio un amore che non so spiegare, perché non sei vela, ecco.