giovedì, luglio 12, 2018

[4745]






Ho amato per 13 anni la mia migliore amica e non gliel'ho mai detto. Che era la mia migliore amica intendo, che la amavo l'ho detto subito, non avrei potuto fare altrimenti anche perché si vedeva lontano un miglio. E poi sono cose molto più facili da dire quelle, si sa. Poi c'è stato un bacio mi pare, dopo abbiamo fatto l'amore un bel po' di volte, abbiamo messo su casa come diceva lei, scelto i piatti, la tinta alle pareti e i mobili, poi sono nate Camilla e Greta ma non so se proprio in quest’ordine e allora abbiamo comprato una macchina più grande, io ho cambiato lavoro tre, quattro volte, lei colore dei capelli almeno una trentina, abbiamo litigato per un sacco di cose inutili, a me sono caduti i capelli e a lei erano venute delle rughette molto carine intorno agli occhi, io sono diventato un po' pigro, lei faceva disegni sempre molto più belli dei miei ma non sono mai stato invidioso, anzi, poi abbiamo fatto una ventina di viaggi molto belli, anche se a me all’inizio non andava mai troppo, che viaggiare mi stressa. Poi un giorno mentre stavamo seduti davanti a un caffè, se n'è andata. Cioè non è che è morta, semplicemente si è dissolta, un attimo prima era lì che versava lo zucchero di canna nella tazzina e un attimo dopo era svanita. Mi pare che stesse dicendo che non era colpa mia, che le dispiaceva o qualcosa del genere, come se la cosa potesse consolarmi in qualche modo. Per un attimo ho pensato anche di essermi immaginato tutto, figlie comprese. Poi sono rimasto da solo ed è successo qualcosa di molto strano, è successo che ho dovuto imparare a smettere di amare mio malgrado, un poco alla volta, un giorno alla volta, che era un po' come imparare di nuovo a respirare o camminare, se capite cosa intendo e mentre lei era da qualche parte a ridere, mangiare e respirare o fare l'amore io stavo fermo a quel cazzo di tavolo da caffè. Ma non era di questo che volevo parlarvi, alla fine per quanto possa sembrare strano, il sesso e tutte quelle altre cose che mi sembravano imprescindibili nei miei giorni, erano diventate improvvisamente dettagli sfocati.
E poi è successo che mi mancava l’amica invece, come l’aria. Perché a lei dicevo cose che alla donna che amavo non riuscivo mica a dire.

Ah, dimenticavo la cosa più importante, poi è successo anche che ho smesso di bere caffè.

venerdì, giugno 22, 2018

[l'amica del giaguaro]



Quando gli agenti del commissariato Torpignattara erano entrati nell’appartamento di Via Zanardelli 128, all’interno, della signora Ravesi erano rimasti solamente una parrucca color nutria, una vestaglia arabescata e due pianelle di felpa rosso porpora. Per il resto l’appartamento era in ordine e pulito, i documenti sul comodino, due gatti affamati intorno a due ciotole vuote, nessun segno di effrazione, nessun furto, la signora Ravesi si era semplicemente Volatilizzata o forse era evaporata, visto che a Roma quell’estate faceva 39 gradi un giorno si e l’altro pure. Insomma un mistero che manco Agatha Christie.

Il commissario Caponegro mi fissa dall’altra parte della scrivania, ha la barba un po’ incolta e si vede che gli girano le palle, apre un cassetto e tira fuori una cartella, la sfoglia velocemente poi la richiude ci poggia le mani sopra e mi dice:

- Allora signor Varzi, mi racconti nuovamente questa storia del giaguaro e cerchiamo di essere più chiari e soprattutto convincenti, se le riesce.

- Si, dunque,come le dicevo io sono sul mio pianerottolo e mentre cerco le chiavi di casa nelle tasche con le buste della spesa poggiate a terra sento alle mie spalle una specie di gorgoglio basso e profondo, mi si rizzano i peli sul collo e lentamente mi volto. Sullo zerbino della signora Ravesi, a poco meno di due metri da me c'è un giaguaro che mi fissa immobile, vedo appena la cassa toracica muoversi lentamente mentre respira, il che mi suggerisce che non è uno di quegli osceni animali in ceramica scala 1:1 che mia nonna teneva in casa. Inghiotto la saliva che non ho più e cerco di muovermi di lato per guadagnare la rampa di scale alla mia destra, la belva ruota appena la testa e mi segue con gli occhi, poi ruggisce. Mi fermo, e mi ricordo che un tizio una volta mi disse che gli animali non vanno mai guardati negli occhi, che sennò si incazzano. Dopo quasi un'ora, la porta dell'appartamento si apre lentamente e la signora Ravesi, affaccia la testa, guarda il giaguaro e fa:

- Rosmando! Sei scappato di nuovo, cattivone! Vieni dentro che ti do i croccantini di pollo che ti piacciono tanto..... ma lei piuttosto, cosa fa lì impalato?

-Signora Ravesi, ma cosa fa, tiene un giaguaro in casa?

-Ma quale giaguaro e giaguaro, questo è un gatto gigante dell'isola di Giava, sono animali rarissimi pensi che ce ne sono solo dieci esemplari in tutto il mondo, l'ho pagato tre milioni e mezzo eh...

-Ma chi glielo ha venduto?

-Un tizio fuori dal giardino zoologico! 

-E lei le ha creduto? Signora, questo è un cazzo di giaguaro, uno dei più potenti predatori del pianeta, mangia 40 Chili di carne al giorno, altro che coroccantini di pollo....

-Ma non dica castronerie, il mio Rosmando fa le fusa, piscia nella sabiola, e mi si struscia alle caviglie quando ha fame. Vada a casa ora, la vedo pallido sa, ma non le starà venendo l'influenza?

-Signora, guardi che lei deve subito chiamare la guardia zoofila, lei non è al sicuro con quella belva nel soggiorno, lo capisce questo?

- Ma la smetta e non mi faccia pentire di averle dato le chiavi di casa. Rosmando andiamo e non dare confidenza al signore che non ama gli animali…

-E la cosa è finita così, nient’altro? Non è che magari ci sono stati strascichi, avete litigato, discusso…

- No, commisario, la cosa è finita che due mesi dopo, la signora Ravesi magari si scorda di comprare i croccantini di pollo perché è un tantinello, come dire “rincoglionita” e il suo Rosmando che ci aveva un buco allo stomaco decide di fare uno spuntino, ecco. La signora Ravesi se l’è ingoiata sana sana quella bestia, glielo dico io. Erano diversi giorni che non la sentivo e quindi alla fine dopo aver telefonato e suonato diverse volte al campanello senza nessuna risposta, mi sono deciso e ho preso la copia delle chiavi, ma come ho aperto, quella belva ha imboccato la porta, si è precipitata per le scale ed è sparita nel nulla, e subito dopo vi ho chiamati. 

- Ma non ci sono tracce ematiche, né ossa, non trova quantomeno bizzarra questa circostanza?

-Ma che ne so, La vecchia pesava si e no 40 chili, avrà leccato anche il pavimento quella povera bestia, chissà da quanto tempo non mangiava...una volta in un documentario ho sentito che i giaguari mangiano anche 50 chili di carne al giorno...

- Ma nessuno, a parte lei, dice di aver mai visto o sentito questo leopardo…

- Giaguaro, è un giaguaro.

- Ecco si, nessuno ha visto questo giaguaro.

- Ma quella vecchia svitata parlava solo con me, gliel’ho detto, non ha figli né parenti, non dava confidenza a nessuno, nemmeno al portiere.

- Una vittima ideale da far sparire nel nulla e godersi tutti i suoi soldi, non trova?…

- Ma quali soldi, se mi ha detto lei stesso che non risultano segni di effrazioni né di furto…

- Si, ma vede, signor Varzi, cercando tra i documenti della signora Ravesi abbiamo trovato questo, magari lei può spiegarci meglio…

E mi caccia sotto al naso un testamento con tanto di firma dove la vecchia pazza mi nomina unico erede, capite? La stronza mi lascia due appartamenti, un box auto, un appezzamento di terreno a Bracciano e la bellezza 250.000€ in contanti, ma soprattutto mi lascia nella merda. Guardo il foglio come uno con la lobotomia prefrontale guarderebbe un microchip e dico:

- Comissario le giuro che non ne sapevo niente, io tenevo solo un mazzo di chiavi di riserva nel caso le fosse successo qualcosa e le annaffiavo le piante ad agosto quando se ne andava a fare i fanghi a Montecatini, per qualche misterioso motivo questa si fidava di me, ma io di questo testamento non so un cazzo di niente, mi crede?

- Lei ci crederebbe a una storia così?

- No.

Che poi, ho raccontato questa storia decine di volte, anche durante il processo e la cosa assurda è che più la racconto e meno mi convince. L’unico che mi crede è il mio compagno di cella. Il problema è che lui dice di aver messo la testa della moglie dentro al microonde perché glielo ha ordinato Dio con una telefonata la sera di natale, quindi non so bene che peso dare alla cosa. Comunque qui il cibo non è male e mi sono anche messo a fare teatro. Pare che sono portato, pare. “La stronzata del giaguaro la racconti benissimo, vedrai che ti riesce anche con altre cose” Così mi ha detto il regista del nuovo spettacolo. E mi ha convinto.

Il Messaggero 22 Giugno 1989 - Cronaca di Roma
“ Si è conclusa nel modo peggiore la caccia al giaguaro avvistato nelle campagne intorno ai castelli romani la scorsa settimana, la belva probabilmente fuggita da un circo o dall’abitazione di qualche privato che la teneva clandestinamente in casa, aveva fatto incetta di capre e pecore seminando il terrore tra gli allevatori e i contadini della zona almeno fino a questa mattina, quando un’unità zoofila della polizia lo ha abbattuto dopo ore di caccia e appostamenti e dopo averlo sorpreso nel tentativo di entrare in una stalla nei pressi di Albano laziale. Vivaci le proteste della comunità animalista che si era inutilmente mobilitata nel tentativo di salvare l’animale.”

mercoledì, maggio 16, 2018

[bicloruro di mercurio]

















Ovest, non troppo.

Quando mettemmo il primo piede sulla spiaggia avevamo stivali di cuoio e pochissima pelle addosso. Quaranta settimane di viaggio, razionare i viveri, alla fine mangiavamo solamente alici essiccate e acqua salmastra. Su quella riva, che con arroganza chiamammo terra, stavamo in piedi solamente stando spalla contro spalla, aggrappati ai fucili o alla bandiera, se c’era. Le gambe cedevano poco sotto le ginocchia scarne, per fame o per paura, fate voi. 

Ci aspettavamo di trovare l’India, capite, per questo li chiamavamo indiani. Che poi, c’è un'India dove muori di fame e un’altra dove muori e basta, ma allora di tutto questo sapevamo poco o niente, le notizie arrivavano su carta forata, ma il marconista era crepato per lo scorbuto e quindi capirete da voi che l’interpretazione dei segni fece la differenza. La verità è che se nasci nel posto sbagliato, qualunque posto intendo, il resto, sono solo piccoli dettagli. Nomi, colore della pelle, religione, lingua, tutte cazzate, tutte. 

Comunque regalammo fotografie, cioccolata e una robaccia scura da mandare giù stringendo i denti. In breve tempo persero Dio, diventarono cattivi e con il fegato pieno di buchi, come tutti gli alcolizzati. I bufali e il diesel fecero il resto. -Mira bene ragazzo. Diceva il guercio. E così brucavano e morivano, correndo a mucchi con gli occhi sgranati e persi, vicino ai binari della ferrovia e ai pozzi di petrolio abbandonati. 

La notte invece, suonavamo chitarre elettriche e blues mentre le loro donne ballavano. Le donne sapevano di sudore e erba, le donne se le paghi bene ti dicono tutto quello che vuoi sentirti dire, in un tintinnio di denti d’oro, ciondoli d’osso e piume. Le donne sapevano muovere i fianchi, e casa era una culo sconosciuto e bianco, l’unica luna che vedi da qualunque parte del mondo, anche quella sbagliata.

L’illustrazione è di Andrew Wyeth .

mercoledì, marzo 28, 2018

[e quindi]







(Illustrazione di Brad Holland)

Aspetto che la lancetta dell'orologio sia perfettamente verticale e poi comincio a parlare, quando sarà finita avremo barattato 15 anni per 15 minuti. Uno scambio equo. Quindi vediamo, te ne stai seduta davanti a me fissando il mio cappuccino per tutto il tempo, io torturo un tovagliolo facendone strisce perfettamente uguali cercando di metabolizzare il più velocemente possibile quello che dici. È un compitino ben eseguito, tutto sommato, non sei preparata lo capisco, il resto si scioglie nelle frasi di circostanza in mezzo al tuo cazzo di zucchero di canna.

Ti chiedo quello che non avrei voluto: c'è un altro, com'è, ci hai già scopato, ce l'ha più grosso del mio. Non ti chiedo quello che avrei dovuto né tu me lo dici, nessuno lo fa mai. È che lo so, lo so da tempo, ma preferisco sentirti dire che scopi con l'idraulico o con il mio migliore amico, piuttosto. La differenza che passa tra quello che so e quello che mi dici sta tutta nel tuo sollievo nel vedere che mi basta, che me la bevo perché fa comodo ad entrambi.

Faccio in tempo a mandare a memorie le ultime cose che avrò di te. Il tuo rossetto sul bordo della tazzina, la piega intorno alle tue labbra che oggi mi pare più amara, il tuo cappotto verde con la cinta che infili con la consueta grazia, un ciondolo che non conosco sul tuo collo mentre ti pieghi in avanti per dirmi qualcosa che non capisco, il tintinnio della porta a vetri mentre esci dal locale e cerchi disperatamente in strada un angolo da svoltare.

lunedì, gennaio 22, 2018

[ king kong ]


"Gli aeroplani c'è l'hanno fatta!"

" Non sono stati gli aeroplani, è la bella che ha ucciso la bestia."

I finali di certi film sono come i vecchi amici, li trovi sempre lì anche dopo una vita che non li vedi. Anche se Ruben Caponegro in fondo sperava sempre, e questa volta non aveva fatto eccezione, che il film finisse in modo diverso, sorprendendosi sempre per quel senso di sofferenza e ingiustizia un poco infantile che lo attanagliava ogni volta che questa speranza veniva delusa. La prima volta che lo aveva visto aveva sei anni e non lo aveva più dimenticato.

La domenica il padre lo portava al cinema Due Allori, una terza visione a via Casilina che faceva film vecchissimi. Lì, aveva visto tutti i Tarzan di Johnny Weissmuller e Gordon Scott e quella domenica davano “Il corsaro dell'isola verde” per la sesta volta, ma dopo dieci minuti la pellicola cominciò a fare bolle rossastre fino ad inghiottire bruciandolo per sempre il primo piano di Burt Lancaster in un buco nero. Un tizio alto come come una villetta a due piani disse “Ao' se volevo 'na grigliata mista annavo in trattoria...” poi, dopo altri dieci minuti di vana attesa si alzò e schiodò la quarta fila per intero nel tentativo di lanciarla, pubblico compreso, oltre la galleria in una pioggia di popcorn, parrucchini e bestemmie. Alla sommossa che seguì in sala di lì a poco il proiezionista rispose prontamente, prima che qualcuno decidesse di farsi giustizia da solo impalandolo pubblicamente, piazzando sul proiettore la bobina di King Kong, un vecchissimo film in bianco e nero degli anni trenta.

Quando tornò il buio in sala, avvertì quel nodo allo stomaco che lo prendeva ogni volta che cominciava uno spettacolo, una piccola emozione che non lo avrebbe mai abbandonato, nemmeno da adulto. E dopo quella proiezione molte cose non furono più come prima.

Quando la mano del gorilla aveva mollato la presa dalla cima dell'Empire State Building ed era precipitato nel vuoto come un fantoccio di pezza, si era alzato di scatto in mezzo alla sala gridando “assassini!!!” tutti avevano riso, e lui, non riusciva a capacitarsi nel suo cuore di ragazzino di come quella mostruosa ingiustizia non venisse condivisa dal mondo intero, gelataio compreso. Anche se uscendo dalla sala fu quasi sicuro di aver visto l'energumeno che aveva schiodato la quarta fila, uscire di soppiatto e scomparire dietro una tenda rossa con gli occhi lucidi.

Mentre Camilla agitava il termometro, Caponegro pensò che nelle ombre morbide del bianco e nero c'era tutto lo spazio possibile da lasciare alla fantasia, niente era più così netto. Probabilmente la febbre non lo aveva aiutato nemmeno stavolta a tenersi lontano dalle domande sbagliate, domande senza nessuna risposta come: “Perché un gorilla di quindici metri dovrebbe sacrificare la sua libertà e la vita stessa per una bionda svampita? Lui lo avrebbe fatto? ”Trentottemmezzo, cazzo. E perché non ho fatto il vaccino?" Fu l'ultima domanda senza risposta per quella notte. Poi scivolò in un sonno frammentato e sudaticcio dove sognò ininterrottamente di salire le scale di un enorme palazzo disabitato senza riuscire mai ad arrivare in cima. Camilla di tanto in tanto gli appoggiava le labbra sula fronte, e lui, faceva finta di non svegliarsi. 

 2

-Alla terza vai giù, non alla quarta né alla seconda, alla terza. Nun fa come l'artra vorta, o non te la cavi co' du' dita rotte...hai capito che ho detto Rocco? Quante so' queste?

Erano tre. Subito sotto il naso. Rocco Proietti detto Carnera guardava le dita di Gino Stura detto "Er persiana" le vedeva un poco sfocate, ma era sicuro che fossero tre, anche perché le altre due gliele aveva staccate Ciro Sarnataro quando stava ancora nel giro del contrabbando. Che il Persiana ci aveva il vizio del fumo un poco pronunciato, diciamo. Nell’ultimo incontro doveva andare giù alla seconda, ma aveva deciso che era meglio alla quarta, per rendere la cosa più credibile e poi, soprattutto, perché perdere gli faceva girare i coglioni anche se era il suo lavoro, in fondo. Qualcuno gli fasciava la mano destra, mentre nella sinistra avevano già infilato il guantone, altre due mani gli massaggiavano le braccia, sulle spalle aveva appoggiata una casacca rossa coi bordi dorati mangiata dal sudore, sulla schiena stava scritto in rilievo “Carnera”. Proietti non ci sentiva bene da un orecchio, durante un incontro per il campionato italiano nel '73, gli aveva sfondato il timpano Mario Proceno detto "Pendolino" per via del gancio sinistro che quando arrivava a destinazione nella migliore delle ipotesi era un binario morto. Infatti. Alla sesta ripresa aveva sentito un fischio e aveva pensato che fosse il diretto per Pisa che prendeva ogni volta che andava a trovare suo fratello. Il paradenti era finito addosso a una tizia con la pelliccia di zibellino in prima fila, le ginocchia avevano ceduto di schianto, l'arbitro aveva contato un'eternità, lui non sentiva più un cazzo di niente però, mentre una scia di vernice rossa era colata giù dall'orecchio sciogliendosi in mezzo al sudore. Era andato al tappeto per la prima volta, e capì solo dopo, che non si sarebbe rialzato mai più. E infatti per andare giù lo pagavano bene, si era comprato due stanze e un bagno al Mandrione, e pure un cane, pensa.


Trentotto. De simone lo aveva chiamato che aveva appena preso sonno e sognava cavalli a dondolo in mezzo ai brividi. “De Simone, che cazzo succede mo’? Ma nenache quando sto a letto con la febbre riuscite a non rompermi le palle?” Succedeva che Rocco Proietti detto “Carnera”,pugile fallito, un metro e novantotto per 142 chili stava sul tetto della discoteca “Il pettirosso” tenendo in ostaggo una prostituta moldava di 22 anni, pare, battendosi i pugni sul petto e gridando come un forsennato. Il palazzo era già circondato da una mezz’ora buona e il questore Santolamazza per non saper né leggere e né scrivere, aveva chiamato anche dei tiratori scelti che in certe situazioni “non si sa mai”.

-E mi rompi i coglioni per uno scemo che strilla sul tetto di un palazzo? Chiama Sellerio, che tanto non ci ha un cazzo da fare dalla mattina alla sera quello...

- A commissà, Sellerio è in licenza, gliel'ha firmata lei, e poi....

E poi al primo piano, negli uffici, avevano trovato Gino Stura detto “Persiana” con le braccia spezzate e il collo girato come una bambola di pezza, un buttafuori con la testa incastrata nella tazza del cesso, una prostituta svenuta e un altro paio di cadaveri non meglio identificati in giro per il locale, e se ancora non vi pare abbastanza, Il boss Luca Orsini, detto “Il Conte”che invece, era stato trovato nudo come mamma l'aveva fatto, impanato di cocaina nel suo letto di seta con lo sterno sfondato. Una mattanza in pratica.

Camilla entrò con un piatto di brodo caldo tra le mani. Caponegro si alzò dal letto cigolando come un relitto e poi bestemmiò, che le rotture di palle non erano ancora finite, ne era sicuro. Mentre si abbottonava la camicia scura, si accorse che gli tirava sul davanti.

-Sembro un gorilla, dovresti mettermi a dieta come fanno tutte le mogli del mondo.

- Non siamo sposati, e poi, se perdi un etto io ti ammazzo, sappilo.

- Ti piacciono i gorilla?

- Mi fai sentire protetta e poi mi piace sentire qualcosa sotto le dita.

- Ti piace la ciccia, allora.

- Anche…

- Pervertita.

- Me lo fai il nodo alla cravatta?

- Possibile che tu ancora on abbia imparato?

Lo sapeva fare benissimo, ma gli piaceva farselo fare da lei, che dopo, gli passava una mano sul petto in una larga carezza.

-Ecco. Disse legandosi i capelli dietro la nuca con una matita.

- Che stai disegnando?

- Una favola per bambini, la bella e la bestia. 

 3

-E basta Persià, che me lo deconcentri, Rocco sa quello che deve fare, vero Ro’?

Il Ganascino sarebbe stato niente, ma la puzza di sigaro no, quella faceva venire il vomito. "Il Conte" portava un cappotto grigio sulle spalle con una cosa morta intorno al collo. Lì erano tutti morti in verità, come Mazzinghi e Tiberio Mitri nei manifesti alle sue spalle, solo che ancora non lo sapevano. "A Rocco, te piace questa?, stasera abbiamo gli extra, fai un bel lavoretto e te la porti a casa..."

La bionda al suo fianco era vestita di rosso, aveva le gli occhi cerchiati e bassi, le braccia viola. il cerone non le avrebbe mai coperte abbastanza. “Visto che robbetta? Dì, quanti anni c'ha secondo te?” Carnera la fissò negli occhi pesti per qualche secondo e disse sottovoce “Ma che cazzo ne so, diciassette, diciotto?” Il conte mostrò i denti gialli e rise. “Ecco, è per questo che me la faccio pagare bene, sembra più piccola, c‘è gente che paga un fottio di soldi per scoparsi delle minorenni. Comunque te fa il bravo e stasera Anna te fa divertì, vero Anna?”

Fece di si con la testa, ma carnera era già nel lungo tunnel buio che portava dallo spogliatoio al ring, sciolse le braccia con pochi pugni nel vuoto mentre indistinto arrivava il rombo del pubblico. Un brusio confuso nella luce accecante del ring. Nestor Baharami era già sotto i riflettori saltellando come un ballerino, qualcuno gli aveva detto che viaggiava dritto verso il titolo europeo dei mediomassimi e che qualche vittoria facile avrebbe aumentato il bottino di vittorie per lui e quello delle casse per il principe. Un tizio grosso con la pancia fuori dalla maglietta gli diceva di tenere la guardia alta e di non fare lo stronzo “Quello c'ha quarant'anni ma mena ancora come un fabbro ferraio, fidate.” in sala c'erano un centinaio di persone, “Meglio dell’ultima volta” pensò.

Aveva pisciato sangue. Meno del solito comunque, tre riprese sono poche anche per quello. Con le mani nel secchio del ghiaccio, aveva cercato di ricordare come fosse l'odore del pane, non ci era riuscito, non riusciva più a sentire nessun odore in verità, più o meno da quando un certo Jarowszeck gli aveva frantumato il naso alla sesta ripresa dell'europeo dei mediomassimi nel '66, e dopo, glielo avevano rotto almeno una decina di volte ancora. A volte, per strada, gli pareva di sentire odore di pasta al forno, o quello dei caffè che beveva al bar la mattina, o il profumo di sua madre anche, sbagliava. Era sporco di vasellina e saliva, si era cacciato cinque aspirine in bocca e poi si era infilato sotto la doccia. Mentre si infilava un cappotto con le maniche logore il Conte era entrato con una bottiglia di spumante in una mano e la bionda nell'altra.

- Eccolo qui il nostro campione! Il tappo partì e un poco di spumante scivolò terra.

- Bravo Rocco questi so' pe' te, so' cinque, te fidi no?...

Rocco li aveva messi in tasca senza rispondere, poi aveva chiuso l'armadietto, preso la bionda per mano ed era uscito dallo spogliatoio.

Si erano fermati in una rosticceria, avevano mangiato pizza, supplì e bevuto birra svanita. Rocco aveva staccato con mestiere l’etichetta dell’acqua minerale, Anna invece aveva fatto a piccoli pezzi una tovaglia di carta grigia su cui il proprietario aveva scritto a penna un conto. Se ne stettero così, uno di fronte all’altra senza dirsi una parola finché tutte le sedie non furono messe una sopra l’altra in alte pile in fondo al locale, il pavimento lavato, le luci spente e la serranda abbassata per metà.

Dopo gli incontri non gli si rizzava mai. Anzi, ora che ci pensava non gli si rizzava da un pezzo. Anna lo aveva carezzato piano sui segni rossi e spessi che aveva sui fianchi e sulla schiena, Poi gli aveva baciato le ferite sugli zigomi e intorno agli occhi, la bocca era pesta e gli facevano male i denti, sussurrava cose in una lingua incomprensibile, ma soffiate in quel modo sembravano cose belle, e qualsiasi cosa stesse dicendo, comunque, era per lui. Era rimasto seduto sul letto, immobile, fissando qualcosa fuori dalla finestra e aspettando che succedesse qualcosa. Non successe niente. Lei lo tenne stretto a lungo cantando qualcosa sottovoce, lui le chiese scusa, poi si addormentò.

L’aveva fissata per un’ora buona, stava rannicchiata nell’incavo del suo braccio facendo piccoli scatti di tanto in tanto. Aveva avvicinato il naso alla sua guancia e gli parve di sentire l’odore di buono dei bambini. O almeno così lo ricordava. Una piccola vena sulla tempia batteva appena, nessun rumore, solo un respiro leggero, un attimo di innocenza voltato sul fianco dei sogni. Eppure bastò, credetemi sulla parola.

Al mattino, mentre Anna dormiva ancora, scese dalla parrucchiera all'angolo e le fissò un appuntamento per il primo pomeriggio, le avrebbe fatto tingere i capelli e cambiare taglio magari. Comprò anche un paio di occhiali da sole e dei foulard colorati. Per i vestiti invece fu più complicato, quando la commessa del negozio chiese “Che taglia?” Rocco fece un gesto con le mani che la ragazza riuscì ad interpretare, Dio solo sa come.

Quando entrò nella cabina del telefono e infilò i due gettoni che aveva in tasca aveva deciso da un pezzo che l'avrebbe messa sul diretto per Pisa delle 07:23. Suo fratello Marcello aveva un Caffé a Barbaricina, l’avrebbe assunta come barista e ospitata per qualche giorno, giusto il tempo di far calmare le acque e il conte, soprattutto, che a perdere una delle sue ragazzine sicuramente non avrebbe avuto troppo piacere, diciamo. Comunque, era sicuro che Marcello non avrebbe fatto nessuna obiezione.

-Rocco damme retta, lasciamo perde, questa farà sicuramente dei caffè de merda, come faccio ? Non è che ti improvvisi barista dalla mattina ala sera, così me se svuota il bar, io c'ho una clientela eccheccazzo, magari poca ma ce l'ho, no, no, no, levatelo dalla testa, senza contare che non saprei nemmeno come spiegarlo a mia moglie.

-Marcé, tu moje t’ha lasciato nel ’72 e tu fai già dei caffè di merda. Nessuno si accorgerà della differenza, credeme. Senza contà che se non m’aiuti io te spacco er culo. Mamma come sta Marcè ?...

-E’ morta due anni fa…

- Meglio, così se te scanno, nessuno me fa’ venì i sensi de colpa, se chiamano così?

– Si, se chiamano così. A che ora arriva questa?

– Questa sechiama Anna.

– Va bene, a che ora arriva questa Anna?

- 11:24, Grazie Marcè.

- Ma vaffanculo Rocco.

Che poi, sul treno non ci sarebbe mai salita, non quel giorno almeno. Prima di tornare a casa era passato al bar Giraldi a prenderle dei cornetti caldi e un cappuccino. Mentre aspettava che il barista riapparisse dal vapore della gaggia, un tipo storto con un pacchetto di sigarette cacciato nella manica della maglietta si accoppiava con un flipper. Il record diceva “1.000.000” lampeggiando proprio in mezzo al petto di una tizia con un costume da bagnina e la pistola in mano. “...li mortacci tua, novecentonovantanovemilaennovecento volte, famme n'caffè va'..” 

Cercò di ricordarsi da quanto tempo non facesse qualcosa per qualcuno che non fosse se stesso o il cane, ma niente. Salì le scale fischiettando qualcosa senza senso, aprì la porta spingendola con un avambraccio e le chiavi in bocca. Quando entrò in camera , Anna, non c’era più. 

 4

“Il Pettirosso” era un palazzo osceno in vetro e cemento, un cubo luccicante probabilmente abusivo. Era stato un centro cucine, una concessionaria, una banca e persino la sede di una tv privata che un noto uomo politico aveva letteralmente regalato ad una zoccola altrettanto nota. Poi il noto uomo politico era finito a Regina Coeli per corruzione e collusione con esponenti di svariate cosche mafiose, fu freddato sul portone di casa durante un permesso per Natale. Ora era un frequentatissimo locale notturno dove la Roma bene faceva la fila per farsi vedere dai paparazzi e qualche tv locale. Vi si trovavano senza nessuna soluzione di continuità: papponi, trafficanti, ultimi esponenti di qualche famiglia nobile decaduta, mignotte da un milione a sera, assessori corrotti, un vicesindaco, ministri e sottosegretari di ogni colore ed orientamento politico, camorristi, attricette di serie b e strani finocchi vestiti da donna, e ovviamente, eroina e cocaina come se piovesse. Il classico locale di copertura per attività illegali e ben note alle forze dell’ordine, in una città spartita a fette come una torta dove mangiavano in tanti, forse troppi.

Rocco aveva aspettato fuori, pazientemente. Aveva visto le ore e un fiume ininterrotto di gente scorrere dentro e fuori dal locale stordita dall’alcol e dalla cocaina, aveva ascoltato la musica spegnersi, aveva visto sparire in fondo alla strada le voci e le risate di questi fantasmi barcollanti, aveva atteso che un tizio appoggiato a un lampione finisse di vomitare tutto quello che aveva in corpo mentre qualcuno gli teneva la fronte, aveva aspettato che le spalle di tutte quelle donne vistose venissero coperte da pellicce e dai soldi, che pure, sembravano non scaldare mai abbastanza. Aspettò ancora, almeno finché non vide restituire le chiavi dell’ultima auto custodita a vista, la Jaguar C-Type 1951 del barone Musacchi Storti, una dea blu pervinca con trent’anni portati come meglio non si potrebbe, in mano ad un tizio che ne aveva settanta portati di merda, invece. Rocco spinse la porta a vetri ed entrò. Il conte dormiva in un appartamento al primo piano, bisognava solamente arrivarci, pensò. All’ingresso uno dei due buttafuori stava per lasciare il campo di battaglia e tornarsene a casa. Sbagliava.

- Ao, ndo cazzo vai te? Non lo vedi che è chiuso?

- No. Dov’è?

-Dov’è chi?

-Lo sai chi.

Il secondo buttafuori doveva aver sentito il rumore di cocci e vetri rotti, entrò proprio mentre Rocco teneva la testa dell’altro nella tazza del cesso e l’acqua diventava un fiume rosso porpora. Teneva un coltello in mano fissandolo con gli occhi che facevano piccoli scatti di lato a destra e a sinistra. Cercava un varco, lo spazio giusto per colpire. Era più giovane, più veloce, ma sapeva cosa aveva da perdere. La differenza era tutta lì, Rocco la conosceva bene, stava in quella frazione di secondo che passa tra una buona idea e un’azione, in quel margine infinitesimale in cui si fa spazio la paura o il dubbio. Lui non ne aveva mai avuta, non sul ring, non quella sera comunque. Il braccio girato dietro la schiena aveva fatto un suono sordo e la lama era entrata in mezzo a due costole come in un panetto di burro. Gli aveva premuto la mano davanti alla bocca mentre gorgogliava finché non aveva sentito le gambe piegarsi e lo aveva lasciato scivolare a terra. Uscendo si accorse che il primo stava bofonchiando qualcosa nell’acqua del water, da cui salivano strane bolle rossastre. Rocco tirò lo sciacquone e uscì.

Con il “Persiana” era stato più facile, stava contando l’incasso della serata nel suo ufficio al primo piano. Rocco si era fermato sulla porta e lo aveva salutato.

- Ciao Gì.

-A Rocco, ma che cazzo ce fai qua?

Carnera gli aveva preso il bavero del cappotto tirandolo verso l’alto e aveva detto:

-A persià, te lo chiedo 'na vorta sola, dov’è?

Persiana aveva pensato bene di ridere gridandogli poi qualcosa in faccia con l’alito marcio di tabacco. Cercare di tirare fuori la pistola dal cassetto distraendolo, sul momento, gli era parsa una buona idea. Sbagliava. Rocco aveva afferrato i polsi serrando i pugni in una morsa, poi li aveva piegati in basso, di scatto. Lo aveva guardato rotolarsi sul pavimento come un capitone nel secchio, bestemmiare e poi vomitare, anche.

-Il dolore fa di questi scherzi, Gino.

Gli prese il collo con le mani e girò di scatto. Aveva fatto lo stesso rumore delle cassette marce ai mercati generali. Il sigaro era rotolato a terra lasciando una scia di fumo sottile. Lo aveva raccolto e glielo aveva ricacciato in bocca, incastrandolo tra i denti.

Mentre saliva la rampa di scale si accorse che i passi sulla moquette non facevano rumore. Scivolò lungo il corridoio rosso fino alla porta socchiusa della stanza di Orsini. Il “Conte” era a letto con due ragazze, aveva una vestaglia rossa slacciata sulla vita, in controluce il ventre enorme si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro pesante. Rocco prese una sedia appoggiata alla parete, la girò verso il letto e ci si mise a cavalcioni, fissandoli per qualche istante. La rossa al suo fianco aveva ancora il suo uccello morto in mano. L’altra invece, una cinese col naso sporco di cocaina, si era svegliata alzandosi di scatto squittendo e mettendosi con le spalle alla parete. Rocco portò l’indice alle labbra facendo lentamente di no con la testa. La cinese annuì strisciando verso la porta. Si attaccò alla bottiglia di spumante rimasta sul comodino dando due sorsate profonde, poi, pulendosi con una manica, versò tutto quello che rimaneva addosso al conte.

- Ma che cazzo succede?.....

-Dov’è?

-Rocco, Rocco, Rocco… ma che cazzo fai, tei piji la robba mia? Che fai, te metti a fa’ er benefattore? Te sei innamorato? Te sei intenerito Rocco? Solo perché t’ha fatto l’occhi dorci e 'na sega stanotte? Ma che nun ce lo sai che mignotta un giorno mignotta pe' sempre…? Eh Rocco? Che cazzo te sei messo in testa? Volevi fare l'eroe? Salvarla? Ma te sei 'n pugile fallito, un poveraccio, te non sei nessuno. Quella è robba mia, qui è tutta robba mia, pure te sei robba mia,lo capisci? Vai giù a comando Rocco, te lo ricordi si? Manco i cazzotti che dai so' tuoi, so' miei pure quelli, poro stronzo…”

Il conte, a differenza del buttafuori non aveva pianto, e forse, non aveva sentito nemmeno troppo dolore, non che gliene fregasse qualcosa. Rocco però, alla zoccola cinese non ci aveva proprio più pensato, ed era stato un grosso errore. Quando si era voltato per andarsene aveva sentito qualcosa di caldo esplodergli tra le costole. Quella addosso aveva solo una forcina di avorio bianco con due punte lunghe un palmo a tenerle ferma una crocchia nera e lucida come le penne di un corvo e invece di scappare, aveva deciso di sciogliersi i capelli e di piantargliela in un fianco. Rocco era ricaduto sulla sedia con una bestemmia, mentre il fiotto rosso tra le costole cambiava forma e colore e il suo fiato si faceva sempre più corto e amaro. “La pupa del boss …” Per un attimo gli venne da ridere mentre la cinese lo guardava tremando, cercando riparo, ora, nell'angolo più lontano della stanza, minacciandolo ancora con la forcina sporca di sangue, stretta nel pugno teso come fosse un coltello. L’ombra lunga di Rocco che si rialzava con un gemito, fu l’ultima cosa che vide quel giorno.

Ne aveva ammazzati sei, forse sette, provò a contare sulla punta delle dita, ma non era mai stato troppo bravo con i numeri e non riuscì a fare nemmeno un conto approssimativo su quanto si fosse guadagnato in anni di galera. Tre, quattro ergastoli magari. Uscì dalla stanza e salì al piano superiore, il sangue colava dal fianco impregnando i vestiti, si lasciò una scia rossa e scura alle spalle, sulle scale, davanti a ogni porta che trovava chiusa e che apriva con un colpo di spalla. Fuori da una porta aveva sentito piangere, Anna era legata ad un letto in una camera con altre quattro ragazze. Era una stanza vuota e sporca con due letti senza materasso. Su un mobile basso accanto al letto c’erano un cucchiaino, mezzo limone e diverse siringhe di plastica. La aiutò a rialzarsi, le tolse i lacci ai polsi e le mise il suo cappotto sulle spalle. Scese qualche gradino, poi sentì il rumore delle sirene in lontananza e un brusio indistinto di voci e flash di macchine fotografiche. Era in trappola.

“Sul tetto” disse, mentre sentiva le gambe andarsene per conto loro e un rombo sordo nelle orecchie. Anna lo sorresse come poteva. Usciti sul terrazzo l’aria gelida gli mangiò quel poco di ossigeno che gli era rimasto nei polmoni. Qualcuno doveva aver sentito le grida, il palazzo era circondato dalle volanti. Sembrava uno di quei film idioti che davano nelle seconde visioni, con le luci i poliziotti con il megafono e tutto il resto. “Mancano solo gli elicotteri” pensò.

Antonio Barrese fissava il tetto del Cardellino accarezzando il suo M16 come se fosse il suo cane da caccia. Antonio Barrese era un tiratore scelto e al commissariato Appio lo chiamavano tutti affettuosamente “il cecchino”. Il questore Santolamazza amava le “azioni risolutive” e in situazioni di questo genere i tiratori scelti li chiamava nove volte su dieci. Caponegro lo aveva salutato gentilmente mentre stava per spedire due tiratori sul tetto del palazzo di fronte.

-Barrese, che cazzo fai, questa non è Sarajevo, lo sai si? Già che c'eri potevi chiamare gli effe sedici o le truppe cammellate, oppure potreste usare il napalm e radere direttamente al suolo il quartiere, Che ne dici?

-Caponegro, tu ovviamente pensi di risolvere la questione, parlandoci immagino.

- Indovinato, adesso entro e provo a parlarci, te invece non muovi un dito finché non te lo dico io, che ogni volta che voialtri mi state tra i coglioni ci scappa il morto.

-De simone, tienimi la pistola, fai la cazzo di cortesia, io entro.

Rocco Proietti detto Carnera era appoggiato al cassone dell’acqua, dietro una fila di lenzuola a pois e perdeva sangue da un fianco che tamponava con una camicia. La ragazza sembrava sorreggerlo. Caponegro affacciandosi aveva alzato le mani vuote, e allargando la giacca aveva detto:

– Proietti, sono Caponegro del Commissariato Appio, sono disarmato....

– Pure io...

– Bene, perché non lasci andare la ragazza allora, io e te intanto ci facciamo due chiacchiere, che ne dici?

E allora successe una cosa che non aveva previsto, la ragazza si strinse alla vita del gigante che inutilmente aveva cercato di allontanarla spingendola verso Caponegro con una mano. Come se allontanarla, a quel punto della storia, significasse in qualche modo proteggerla. Per un attimo gli era parso di vederlo battersi i pugni sul petto in bianco e nero, circondato dai biplani.

– Se lo lascio andare lo ammazzano. Aveva detto lei con la voce tremula e le lacrime agli occhi. E allora capì che Anna, non era un ostaggio.

Che gran finale, si disse Rocco. Aveva guardato dentro al cappotto e aveva capito che era finita così, sul tetto di una discoteca, con le sirene, le ambulanze mischiate insieme alle voci della gente che indicava il tetto del palazzo illuminato a giorno dai riflettori delle televisioni, aspettando il colpo di scena, il gran finale e c'era pure il bravo poliziotto armato solo di buoni propositi. Che spettacolo. Le gambe non tenevano più e il fiato ormai era ridotto a un sibilo corto e doloroso.

– Ero bravo. Ho vinto 67 incontri per K.O. Poi ner ‘70 me so’ venduto er titolo europeo. Ma je menavo co’ ‘na mano sola a quel francese de mmerda, se solo volevo. Sedici milioni m’hanno dato. Me ce so comprato casa. Non è che c’hai da accende no?... Peccato. Nun ho manco dato da magnà ar cane, penserà che l’ho abbandonato, pora bestia.”

Caponegro aveva visto il lampo partire dal tetto del palazzo di fronte, un piccolo fiore azzurro tra i panni stesi e le antenne. Quando si era voltato, Proietti non c’era più. Era rimasto solo un poco di vento, tra le lenzuola a pois.

Mentre un tizio di Teleroma 66 cercava di cacciargli il microfono in gola, De simone gli andava incontro restituendogli la pistola.

-Commissario! Il tiratore scelto ha fatto un bel lavoro, però pure lei, ad andarsene sempre in giro disarmato....

-De simone ma che cazzo dici? Non sono stati i tiratori scelti, è stata la bellezza che ha ucciso la bestia. Ce l'hai un'aspirina?

Caponegro aveva aperto la porta del piccolo appartamento a Via del Mandrione, 623. Lui gli era venuto incontro scodinzolando, lo aveva accarezzato sulla testa. Un labrador nero sovrappeso e dal pelo lucidissimo. Aveva vuotato mezza busta di croccantini nella ciotola sporca, mentre gli agganciava il guinzaglio al collare lesse che sulla piastrina dorata c’era scritto “King Kong” .


- Andiamo a pisciare bello? E uscirono.










giovedì, dicembre 07, 2017

[ déjà vu ]
















Ogni mattina arriva qui, si siede, ordina il suo tè, la fetta di torta ai mirtilli e poi apre una valigetta di cuoio, dentro c'è una di quelle macchine da scrivere portatili sai, una Remington mi pare. Mentre beve guarda fuori per un poco, si fissa e vede le persone passare, il camion del latte che scarica le sue casse nel vicolo, il fioraio che apre, lo strillone che lancia il giornale per le scale del palazzo qui all'angolo. Fissa tutto con attenzione mentre si scalda le mani con la tazza, poi si sfila la giacca e si mette a picchiare sui tasti fino notte fonda. Ogni tanto mi fa un cenno con la testa e allora capisco e gli porto un altro tè, mi segui?


Ecco, ora non so spiegartelo, ma è come se questo tizio facesse ogni giorno le stesse cose, una sfilza di giorni tutti uguali messi in fila come le pedine del domino, sai. Gli stessi orari, stesso vestito, cappello, stessi gesti, non sgarra di una virgola, cazzo. E cascasse il mondo, ogni giorno che Dio manda sulla terra, alle dieci meno un quarto si alza e va in bagno a pisciare. Un metronomo.

Insomma, alla fine mi incuriosisco, una mattina prendo coraggio e comincio a scambiarci qualche parola sai, cazzate sul più e il meno, tanto per rompere il ghiaccio, ecco. Il tizio sembrava uno che non voleva rotture di palle e starsene solamente li a scrivere le sue cose, invece questo mi da confidenza e comincia a parlare. 

Mi dice che un volta era un commesso viaggiatore e che da un po' di tempo fa lo scrittore, che su moglie se n'è andata da una dozzina d'anni, che non ha figli e mi dice anche che lui ha un segreto, una cosa che non dovrebbe poter dire a nessuno, una di quelle che dovresti tenere solo per te, ma che a volte gli pesa come un macigno e non gli dispiacerebbe condividerla con qualcuno. Allora gli rispondo che chi fa il mio lavoro, sente milioni di storie, che i barman e i preti nei confessionali sono i depositari dei più grandi segreti del mondo, solo che con noi, quando se ne vanno, sono quasi tutti sbronzi e non devono recitare manco un padre nostro. Nessuna assoluzione, dico. E questo prima ride e poi si decide e vuota il sacco.

Insomma senti, mi dice che ha una malattia rarissima, incurabile e che non ha molto da vivere. Il giorno in cui gli dicono questa cosa, vaga per la città senza nessuna meta per ore e arrivato al parco, sfinito, per la prima volta in vita sua comincia a pregare su una panchina vuota, ma non Gesù Cristo o Allah, si mette a pregare e basta, capisci? Prega di vivere ancora e nient'altro, prega anche per un solo giorno in più. Anche ventiquattro ore, improvvisamente sembrano qualcosa di immenso. 
Insomma mentre se ne sta lì con la faccia nelle mani a fissare una zolla di terra tra le scarpe, gli si avvicina un tizio strano, uno vestito come un becchino sai, tutto scuro con piccoli occhiali neri sul naso e le scarpe di vernice. Insomma il becchino gli dice che se davvero lo vuole, può vivere in eterno, capisci? L’unica condizione è che può rivivere sempre e solo lo stesso giorno, in eterno. Quindi Il tizio ci pensa su e alla fine accetta. Una storia assurda cristo santo, al punto che penso mi stia prendendo per il culo, questi scrittori inventano un sacco di storie, sai. Ma la cosa è troppo divertente, capisci, quindi decido di tenergli il gioco e dico:

-E quindi lei da quanto tempo sta vivendo questo giorno?

-Sedici anni.

-Vuole dire che sono sedici anni che ci conosciamo? Sedici anni che entra qui dentro, si siede ordina tè e torta ai mirtilli e scrive sempre la stessa storia?

-Si, più o meno.

- Ma come ci riesce? Non si annoia? Non è stanco? Non ha voglia di vivere veramente?

-Oh, ma è proprio per vivere che si fanno un mucchio di cose strane, mi creda. Ho vissuto venticinque anni con una donna che non amavo, in una casa modesta, ho fatto un lavoro che non mi piaceva, solo perché mi permetteva di tirare avanti. Di sopravvivere. Ecco, davanti a tutto questo, le assicuro che anche vivere all'infinito lo stesso giorno facendo qualcosa di semplice, potrebbe apparirle diciamo, irrinunciabile.

Lo guardo con un sopracciglio alzato, come faccio con qualsiasi scemo che viene qui a sbronzarsi la sera e mentre mi fissa, all'improvviso, ho come l'impressione di aver già vissuto questo momento, non so se mi spiego. È una sensazione persistente, dura diversi istanti ed è come se lo conoscessi già, stessa espressione, stesso vestito, tutto come se fosse successo ieri o un giorno qualsiasi della mi vita. Allora lo fisso con un faccia perplessa e il tizio sorride come se sapesse cosa sto provando, capisci? Quindi si volta con calma, sfila il foglio facendo girare il rullo della Remington con un ronzio e me lo porge.

-Prego.

Allora prendo il foglio in mano e comincio e leggere.

-Ogni mattina arriva qui, si siede, ordina il suo té, la fetta di torta ai mirtilli e poi apre una valigetta di cuoio...


Déjà vu - © Hobbs - 2015


L’immagine è di Edward Hopper (Nighthawks - 1942 - particolare)

martedì, novembre 21, 2017

[boomstick award 2017!!]
















Dunque, malgrado ormai i BLOG (ve li ricordate?) siano diventati per lo più cattedrali nel deserto post - deflagrazione atomica da social, ho ricevuto dalle mani e dalla penna affilatissima della nostra Kara Lafayette codesto ambitissimo premio che nel mondo bloggico, internettico e @-socialitico ha il suo bel peso e comunque a noi, che al massimo abbiamo vinto un prosciutto alla sagra dello gnocco ripieno di Barazzano sull'Adda,  una soddisfazione cicciotta e orgogliona. Per chi non lo conoscesse ancora, il boomstick award è opera di questo signore qui: https://www.bookandnegative.com/

Se non le conoscete ancora e perché voi vincitori possiate a vostra volta assegnare il premio ai vostri sette blogger cazzuti, è necessario che rispettiate queste 4 semplici regole:

1 – i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore


2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione


3 –
i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete


4 –
è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite.

Ecco quindi i miei premiati per il boomstick 2017 con annesse motivazioni. Per il compenso, ovviamente, ci metteremo d'accordo in privato:

[el miedo escénico]
http://caterpillar.iobloggo.com/
Perché e.l.e.n.a è una mente sopraffina, raffinata e di una profondità che portarvi le bombole appresso sarà a malapena sufficiente. Leggetela rammentando che il suo non è un luogo dove si entra tanto per. E poi sa scrivere anche di calcio, non so se mi spiego.

[Panta rei]  
http://albafucens.blogspot.it/
Perché Albafucens è sensibile ed estrosa almeno quanto è pigra e modesta, se solo si convincesse un poco delle sue capacità, ne guadagneremmo tutti assai, quindi andate a leggerla, che magari si convince davvero.

[stillpoint]
http://hyperstill.blogspot.it/
Perché sa guardare le cose senza distacco. Ci entra dentro e le possiede come solo i grandi viaggiatori di periferia sanno fare. Il racconto arriva dopo, mangiato, metabolizzato e leggerlo è la nostra fortuna.

[Certe piccole manie]
https://certepiccolemanie.wordpress.com/
Ironica e puntuta come un temperino. La leggo da dieci anni e appena finito penso sempre di doverle pagare la parcella. Flounder ti rivolta come un calzino con una scrittura piacevolissima al servizio di una intelligenza che non ha eguali tra le genti che conosco e che non conosco, soprattutto.

[confessioni di un perdente nato]
https://aitanblog.wordpress.com/
Aitan, perché anche lui è un superstite di questo tempo, non arreso e affatto sconfitto dal social prêt-à-porter, perché riflessioni ed esperienze vanno fatte e raccontate sempre, con un pizzico di attenzione in più, come un buon caffé e magari in versi, come lui sa fare.

[strepitio]
https://strepitio.wordpress.com/
Perché è una delle più brave poetesse italiane, geniale e con un talento che è difficile raccontare e contenere in poche righe. Con le parole si possono fare molte cose, a lei riescono sicuramente quelle più belle, approfittatene.

[abbiamo passato l'estate da tiffany] http://micacotiche.blogspot.it/
Perché Amanda scrive (anche) racconti e io adoro i racconti. Perché li scrive proprio bene e perché i suoi sono particolarmente belli e meriterebbero altri e più ampi spazi. Ma non dispero, e voi, andate a leggerla che vi fa bene alla salute, su.