venerdì, gennaio 17, 2020

[ amore d`oltremanica ]









Hai voglia tu, a contare i passi e i chilometri, a mettere la punta del compasso sul parallelo che ci divide come un dispetto, come un tramonto atteso sull'orizzonte sbagliato, come dieci anni. Hai voglia a mettere in una valigia tenuta con lo spago, le responsabilità, il rimpianto in busta semplice e una camicia pulita. Proprio Io, che non volo mai per allegria, col mio berretto da aviatore ed il brevetto da incerto, io che t'amo come posso, da qui, sopra i vuoti d'aria e quelli a rendere, a diecimila metri sul livello del mare senza una scusa buona per presentarmi alla tua porta, conciato male e vestito peggio, con la faccia di chi sa che l'unico modo per restare è un biglietto di sola andata, vicino al finestrino.

mercoledì, gennaio 08, 2020

[la marmotta albina ed altre leggende]











-Quanto manca? Chiedevo.
-Ancora un poco, devi avere pazienza. Lo sai cos’è la pazienza?”
-No, cos’è?
-È, quella cosa che dopo un attesa ti fa dire ne valeva la pena.

Era l’estate del 1967 o era il 1999 non ricordo. Ero un bambino di poco più di quaranta anni, con le gambe magre e le scapole senza piume. Orlando invece aveva le dita lunghe come sartie e nodi serraglio al posto delle nocche salate.

Non che ci credessi proprio a questa storia della marmotta bianca. Ma lui diceva che la notte di San Lorenzo la cosa migliore che ti può capitare di vedere, non sono le stelle cadenti, ma la marmotta albina. Diceva che usciva dalla sua tana, bianca come un dente da latte, a mezzanotte precisa, si issava sulle zampe e ululava ai satelliti. Diceva proprio così. Diceva anche che suo zio Saro ne aveva vista una sola in tutta la sua vita, da ragazzo, se ne stava dritta su due zampe a contare un quarto di luna per volta intorno a mezzanotte, proprio in cima allo scoglio del salto, e dopo averla vista era diventato ricco sfondato. Ricco al punto che costruiva ponti che poi lasciava a metà, pensa te. ”Orlando” gli diceva “Ricordati che le cose migliori, le più belle, sono quelle che non sembrano finite.”

Orlando diceva un sacco di cazzate. Come quella volta che raccontò di essersi scopato tre donne contemporaneamente sul ponte di una nave diretta a Pernambuco. Lui raccontava quel genere di cazzate lì, quelle che nessuno può contestare, cazzate senza prove insomma, delitti perfetti. Che poi sono le migliori, infatti io ci credevo. Aveva un dente di squalo al collo e dei risvolti poetici ai pantaloni, roba da mal di cuore. L’estate invece girava scalzo per le strade del paese con una fiocina infilata nel costume color aragosta e mangiava solo fichi d’india, con tutta la buccia. “Perché le spine a me, non mi fanno un cazzo.” Diceva ridendo di sangue.

Comunque quel giorno ci arrampicammo a passi bianchi fin sopra la scogliera, nel punto più alto, quello dove il vento, fermo come un agguato ha la voce delle cicale. L’acqua da lì sembrava verde, proprio come il mondo da dietro un culo di bottiglia. Potevamo vedere il narvalo in amore e le prue degli scogli come un rompighiaccio. Le nuvole erano un drago bianco diretto verso il golfo di Capistrano. Aspettavamo.
-Arriverà. Diceva. – Arriverà.

Bisognava ammazzare il tempo. Orlando nell’attesa fumava cicche avanzate a qualcuno, e poi faceva scoppiare i ramarri imbottiti con il tabacco. Poi rideva. Oppure se ne stava fisso verso l’orizzonte con le mani nelle mutande. I pomeriggi si scioglievano liquidi nel battere del perineo, dopo i racconti sulle puttane greche o su quella volta che la cugina con le tette come due cocomeri glielo aveva toccato di nascosto durante la messa. Proprio mentre la zia si soffocava con l’ostia tra le braccia dell’amato Don Gaetano. Ma questa è un’altra storia.

Le nuvole ormai sembravano un cane da caccia e puntavano verso sera, con la coda dritta e una zampa avanti. Aspettammo per ore. La marmotta albina non venne mai. Mai più. Contammo duemilaseicentosessantasette scolature di desideri , vedemmo un buco nero e scoprimmo subito appresso a un galeone, la costellazione della falce e martello. Di quei desideri non se ne avverò nemmeno uno, però va detto che imparai ad aspettare. Questo almeno, glielo devo.

- Quanto manca?.
- Ancora un poco, devi avere pazienza. Lo sai te cos’è la pazienza?
- No, cos’è?
- È quella cosa che dopo un attesa ti fa dire: “ Chi cazzo me lo ha fatto fare.”

giovedì, dicembre 19, 2019

[ mercurio ]

Di tutte le cose che avrei voluto essere, nessuna, avrebbe potuto stare troppo lontana da te. I poli d'attrazione non sono chimica, come qualcuno potrebbe pensare, ma fisica. Rispondo senza esitazione alle leggi che regolano questo spicchio d'universo aspro, tutti i metalli conosciuti e non. Gli opposti non si attraggono, ricordalo. Semplicemente non hanno scelta.

martedì, dicembre 03, 2019

[ stanza 23 ]










La vita non sa niente di noi. È così. E cosa vuoi che importi a chi comanda le maree, a chi doma le stagioni e gli elementi, dei nostri bisbigli e del tintinnio della tua bigiotteria sul collo mentre rovesci gli occhi al soffitto, delle nostre lingue, dei nostri giorni clandestini nelle pensioni da poco. Il mondo non sa niente di noi, del tuo rossetto sul bicchiere, della bibbia nel cassetto, del tuo culo bianco tra le lenzuola annodate per l'ennesima fuga all'alba. Cosa vuoi che importi di noi al tizio che attraversa la strada, all'orologio fermo sulla parete, al libro con le pagine sottolineate della ragazza sull'autobus. Niente. Ecco, l'amore è cosa da niente sai, e Il tempo è così poco, ora, che perderne altro a spiegarcelo, mi sembra l'ultima nostra bestemmia.

giovedì, novembre 21, 2019

[ Il circolo degli onanisti ]





In quel periodo le partite dei mondiali erano ancora in bianco e nero e quell’anno, mi pare che si giocasse in un paese dove c’era una dittatura, o così almeno diceva mio padre. L’eroe della bola si chiamava Mario Kempes, e alcuni di noi, in quella strana estate giocavano in mezzo alla strada e nei campi di periferia con la sua maglia numero nove addosso. I gelati costavano duecento lire, nelle patatine c’erano le sorprese e nelle pizzerie al sabato sera, la bevanda più desiderata era birra e gazzosa. Poi ricordo anche che quell’anno avevano rapito e giustiziato Aldo Moro e che i posti di blocco erano più numerosi dei semafori, anche se io, figlio di un carabiniere, ero molto orgoglioso quando vedevo mio padre mostrare il tesserino dal vetro abbassato della sua Fiat 850 verde acqua, sentendosi rispondere dall’agente di turno, prontamente sull’attenti: “Mi scusi maresciallo Caponegro, vada pure.” Agitando la paletta nel vuoto. In quel periodo della mia vita credevo che il grado di maresciallo fosse appena sotto quello di generale d’armata, ma era il tempo lontano in cui mio padre era ancora un eroe, molto prima che cambiasse tutto. Quell’anno inoltre, alla radio davano senza sosta né pietà "Pensiero stupendo" di Patty Pravo, che noi tutti chiamavamo Patty Bravo, però. Ma non era questo che volevo raccontarvi.

Dunque, facciamo due conti: “Caballero” costava tremila lire, molto meno di “Le Ore” quindi, ma soprattutto era più piccolo e lo potevi nascondere meglio, e dunque compravamo sempre quello, che i giornaletti zozzi, all'occorenza, li dovevi nascondere ovunque, sotto il letto, dietro l'armadio, in fondo a un cassetto. Una volta uno, e vai a sapere perché, lo infilai dentro l'album delle foto del matrimonio dei miei, e come spesso mi capitava allora, me ne dimenticai. Un pomeriggio la signora Nardini, una povera vedova che non ci vedeva bene da un occhio e che per pagarsi le bollette faceva orribili maglioni ai ferri, come ogni giovedì pomeriggio salì per il caffè, e mia madre, per qualche misterioso motivo tirò fuori l’album cominciando a sfogliarlo, mostrandolo orgogliosissima alla vittima ignara, che tra un gridolino di ammirazione e un moto trattenuto di commozione, diceva a mia madre: "Ma che bella coppia che siete..." sputando briciole di biscotto nell’aria. Poi, subito dopo una foto in cui mio padre e mia madre bevono incrociando i calici, apparì dal nulla un tizio di colore vestito da poliziotto intento in una perquisizione da tergo ad una poveretta ammanettata a un palo della luce, agitando una cosa scura e lucida che gli arrivava al ginocchio e che ricordava vagamente uno sfollagente. La signora Nardini fissò mia madre con la tazzina che tremava come un budino, poi rantolò leggermente e andò giù, gambe all'aria, con le zollette il piattino in frantumi e tutto il resto. Durante l’interrogatorio che ne segì, dissi di non saperne nulla con aria innocente arrivando quasi fino alle lacrime. E mia madre mi credette, prendendosela con mio padre che chiamò affettuosamente " Il porco" per una quindicina di giorni buoni, almeno finché non fui scoperto a nascondere un numero di Orgasmi Selvaggi nella custodia di una chitarra. Bei tempi.

Comunque, il nostro gruppetto di pre adolescenti con gli ormoni fuori controllo detto “Il circolo degli onanisti” faceva la colletta e poi tirava a sorte per decidere chi dovesse andare all'edicola di largo Guberti , ma siccome la conta era ignobilmente truccata, finiva che toccava sempre a Bruno, che siccome non ci aveva mai una lira da mettere, doveva in qualche modo pagare pegno. Bruno era figlio di un ferroviere, sua madre era morta di parto subito dopo la nascita di sua sorella Ada. Bruno aveva una faccia rotonda e fessa accentuata da una sfumatura di capelli sulla nuca che lasciava il collo esposto ad ogni genere di abuso. Andava all'edicola chiuso in un cappotto del padre lungo fino alle caviglie, anche d'estate, roba che manco un maniaco sessuale. La tecnica era collaudatissima, si avvicinava al chiosco con fare circospetto e guardandosi intorno come se qualcuno lo stesse seguendo, poi, dopo aver osservato con ostentata indifferenza le riviste esposte, per rompere il ghiaccio chiedeva a Nestore l'edicolante, l'almanacco di paperino e solamente dopo, in seconda battuta, sussurrava come uno spacciatore: "...e Caballero..." Nestore gli dava la rivista senza manco guardarlo. Bruno nascondeva il prezioso bottino sotto il cappotto e tornava alla base canticchiando: "Missione compiut" sventolandoci la rivista sotto il naso.
Questa è stata la simpatica routine del circolo degli onanisti fino ad una proverbiale e sventurata mattina d'agosto, quando entrando in edicola, Bruno si trova dietro al bancone la moglie di Nestore, la Signora Franca, figura mitica del Mandrione, una bellissima chimera desiderata da tutto il quartiere, metà edicolante e metà mignotta. Franca aveva i capelli neri con una frangia appena sopra gli occhi verdi e le cosce lunghe come la fettuccia di Terracina. Paralizzato dalla sorpresa, Bruno scopre così che il marito è crepato di congestione durante un bagno, subito dopo aver ingoiato tutta intera una parmigiana di melanzane allo stabilimento “La goletta” di Torvaianica. E tutto cambiò inesorabilmente. Primo perché la signora Franca era una donna, veniva quindi meno quel minimo di presunta solidarietà maschile dovuta al testosterone, cedendo il passo ad un imbarazzo incontenibile. Secondo perché era “Bona” e terzo, perché era una sarta e faceva i rammendi ai vestiti di mezzo Mandrione, compresi quelli della famiglia di Bruno.
Comunque, la signora Franca alzò gli occhi verdi dalla cassa, vide Bruno vestito come se fosse il venticinque Dicembre e gli disse:
- Bruno, ma che ce fai con quel cappotto addosso, non hai caldo? P
Bruno diventò color terra di Siena bruciata, lo sfilò rapidamente, glielo porse e con le mani che tremavano per l’emozione disse:
- Glielo manda mio padre, è per le toppe ai gomiti, lo indossavo per comodità.
Poi, non sapendo più che cazzo dire, comprò anche l'almanacco di paperino e tiramolla mese. La signora Franca si aggiustò le poppe con grande eleganza e con un sorriso assassino esibito come meglio non si poteva, aggiunse:
- Non siamo un po' grandicelli per tiramolla?

E Bruno infatti, diventò adulto all'improvviso. Perché sapete, non è che perdi l’innocenza la prima volta che ti viene duro, dai un bacio, ti spuntano i baffi, ti fai la barba, fai a botte con uno più grosso di te, vai a letto con quella del piano di sotto o meglio ancora con tua cugina, no, no. Smetti di essere un ragazzino la prima volta che ti senti ridicolo. E non te la scordi più, mai più.

Quella sera, tornando a casa, trovò mezzo condominio sul pianerottolo che lo fissava con aria compassionevole e la porta di casa aperta. Sua zia Marilda teneva Ada tra le braccia dicendole: “Andrà tutto bene.” Mentiva. Suo padre si era accasciato a terra mentre beveva un caffè al bar della stazione Tiburtina, poco prima di tornarsene a casa. Bruno Si consolò pensando che aveva scelto un giorno ideale per diventare adulto.

Quell’anno cambiarono molte cose, in effetti. Questa, fu la prima di molte. Bruno e Ada due anni dopo furono adottati da un famoso avvocato romano. Ma questa è un’altra storia. Comunque io adoro Pensiero stupendo di Patty Bravo. Con la B, però.

giovedì, novembre 14, 2019

[ relatività alla cassa sette ]










Alberto del reparto salumi è la copia sputata di Albert Einstein. Sarà la matita sull’orecchio o i mostruosi calcoli IVA compresa alla velocità del suono o i baffi, vai a sapere. Comunque Io ho in mano un biglietto con il numero 435B e devo comprare due etti di stracchino del "Casale Squallido di Nonno Alceste" e poi una cosa che da qui sembra prosciutto crudo ma che più probabilmente è silicone abilmente dipinto a mano da professionisti della contraffazione alimentare (L’emmenthal al polistirolo espanso e colori acrilici della scorsa settimana andrebbe esposto al Moma).

Il led del contatore ora segna 201B, praticamente una vita intera e al bancone c’è una stronza con la lana di vetro al posto dei capelli che sta organizzando la cena del rotary club, compra roba ininterrottamente da sei ore con accento vagamente francese, anche se in realtà viene da Roseto degli Abruzzi. L'attesa spasmodica ha procurato reazioni a catena scomposte: due suicidi al reparto surgelati, sequestri di persona, crisi di identità, senso di morte, iperventilazione, mutazioni genetiche, matrimoni, odio razziale, secchezza delle fauci, decessi.

Allora ammazzo il tempo guardandomi intorno, che tradotto per i non alloctoni di questa pagina significa semplicemente guardare le femmine che si aggirano ancheggiando tra gli scaffali. Ma avvisto solo una suora carmelitana coi baffi, un transessuale coi baffi e Gino del reparto pane & pizza che ci ha i baffi pure lui. In totale tre minuti e venti secondi di perlustrazione. Quando mi volto di nuovo il led segna inspiegabilmente 436B. Guardo sbigottito la suora coi baffi che ora sta comprando due scamorze fatte con il pongo all’altro capo della curvatura spazio temporale che unisce i nostri biglietti numerati. Alberto, che è la copia sputata di Einstein le ammira posate sulla bilancia come se fossero due concorrenti di Miss Abruzzo e Molise e fa:
“Sorella, è venuto un po’ di più, sono E = mc2, che faccio lascio?”

E anche stasera stracchino scaduto.

giovedì, novembre 07, 2019

[ Centocelle Blues - Feat. Coccimiglio ]










Le scuole medie, erano un brutto palazzo al confine tra Centocelle e il Quarticciolo, due quartieri che in quegli anni la gente gli toccava viverci non certo per scelta, ci capitavi e basta, perché questo passava il convento, anche se c’erano state la resistenza, i partigiani e Giuseppe Albano detto il “Gobbo”. Però c’erano anche gli spacciatori e le mignotte, per dire. Io per esempio, se i miei sapevano che ero stato al Quarticciolo, capace che mi sfasciavano di botte. Comunque a Centocelle c’erano grandi bar, gelaterie, le giostrine fuori dalla Standa, La vecchia che vendeva le ciambelle all’anice, i capolinea del tram e dell’autobus, scuole pubbliche e private, un mercato rionale e macchine in doppia fila ovunque, la pizzerie di Zio Felice, che con cento lire di bianca stavi a posto per due giorni e pure la fila chilometrica dei tossici per il metadone fuori dalla USL di piazza dei Mirti. Bei tempi.

Mia madre si cuciva i vestiti da sola e manteneva me e lei in un appartamento con un grande balcone dove ho imparato pure ad andare in bicicletta. Anche se in verità la maggior parte del tempo la passavo a tirare uova contro il palazzo di fronte, che a ripensarci, non ho mai capito che cazzo di forma di ribellione fosse. Più probabilmente non mi piacevano le uova. Ma comunque era delle medie che volevo parlarvi.

Avevo fatto le scuole dalle monache. Avevo le gambe secche e i capelli a caschetto. Avevo portato le scarpe col plantare di ferro per correggere un difetto al ginocchio, il che mi obbligò a camminare come Boris karloff per quasi tutte le elementari. Avevo recitato il padre nostro ogni mattina prima delle lezioni, avevo fatto recite scolastiche e osceni manufatti per la festa del papà. Mio padre mi amava molto, li tenne tutti sulla scrivania del suo ufficio finché non se ne andò. Ce n’era uno, il più brutto di tutti, una penna verde fatta col das e decorazioni floreali a tempera. La usava, ve lo giuro su quanto ho di più caro, ci firmava assegni e documenti riservati. Quindi quando entrai in classe all’istituto Caio Valerio Catullo l’impatto fu devastante.

In quella scuola c’era di tutto. C’era “Grifo”, un tredicenne dell’Alessandrino che rubava macchine per uno zio sfasciacarrozze, poi c’era “Niki Lauda” uno che aveva dato fuoco a casa per gioco e aveva mezza testa senza capelli e i genitori ridotti come due sufflè. E poi c’era un ragazzino tarchiato con uno sguardo che aveva già visto troppe cose che non doveva vedere, che aveva fatto già il riformatorio e tutti lo chiamavano “Er Castoro”, per via degli incisivi un poco pronunciati, diciamo.“Quello mena” mi dissero il primo giorno di scuola, cosa che non capii almeno finché non cominciò a darmele un giorno si e l’altro pure. E non le prendevo per la formazione pacifista della mia famiglia, è che proprio mi cacavo addosso. Si metteva fuori dall’entrata della scuola alle otto spaccate e sceglieva nel mucchio qualcuno da menare, le scuse erano sempre le stesse, il più delle volte ti diceva che lo avevi guardato in un modo che non gli piaceva. La verità è che voleva tenersi in allenamento e lo faceva almeno fino alla campanella di entrata alle otto e mezza.

Una mattina, mentre sputavo sangue in una aiuola dopo l’ennesimo pestaggio, mi si avvicina Coccimiglio, un energumeno alto uno e novanta che aveva fatto la terza media per sei anni consecutivi, e infatti nessuno sapeva bene quanti anni avesse. Gli si vedeva la barba però, che qualcosa voleva dire. Era l’unico a cui nessuno rompeva i coglioni per ovvie ragioni. Comunque Coccimiglio mi fissa mentre mi sciacquo la bocca alla fontanella e mi fa:
“Ma perché nun reagisci te?”
“E che vuoi reagire, quello sembra Marvin Hagler, e poi c’ho paura”
“Ma paura de che? Tanto te mena lo stesso, che cazzo te cambia? Armeno fai quarcosa no?”
“E come faccio?”
“Fai che domattina appena lo vedi sulla porta, je dai ‘n ber carcio sui cojoni, e vedi che non lo fa più. A regazzì, Il rispetto te lo devi guadagnà pure si nun hai fatto niente, e poi ricordate che chi mena pe’ primo, mena du’ vorte.”
“Anche tu hai fatto così?”
“Pe forza, mica so’ nato arto du’ metri io… ce so’ diventato pe’ necessità! La paura serve solo a chi capisce che la provi.”
“Ma perché mi aiuti?”
“Perché io so’ comunista.”
“E che vuol dire?”
“Che a me le ingiustizie me fanno incazza’. C’è chi mena pe’ rabbia, come quer cojone der Castoro, chi perché je piace, io invece meno perché a volte è giusto.”
“Insomma, sei una specie di eroe?”
“Ma che cazzo stai a di’, gli eroi nun esistono. Esistono quelli che fanno le cose che vanno fatte. Le cose giuste. Perché la parte giusta esiste, ed è quella che te fa torce le budella quando vedi ‘na cosa sbajata. Così almeno dice mi’ padre che fa er sindacalista. E mi’ padre ci ha sempre ragione, ci ha.

La mattina dopo, trattenendo funzioni corporali per la strizza, e dopo quasi un’ora di autoipnosi motivazionale, mi avvicino al “Castoro” che in tutta tranquillità stava scegliendo lo sparring partner più adatto per la mattinata. Quando è finalmente a tiro, gli sferro un calcio sulle palle con tutta forza che ho, il Castoro si piega in due e comincia a vomitare sulle scale della scuola tenendosi i gingilli con le mani e saltando come una molla. Coccimiglio a braccia conserte mi guarda pieno di orgoglio paterno e soddisfazione, io per quasi mezzo minuto mi sento l’eroe del giorno. Il castoro allora finisce di vomitare la sua colazione, poi si pulisce la bocca sulla manica e senza dire niente mi tempesta di pugni, una raffica di colpi mai vista, quando scivolo a terra sperando in una fine rapida e giusta tra le braccia di nostro signore, Impietosito, mi finisce a calci davanti al bidello Zannataro che ridacchia con le sole gengive.

Persi un dente e mi fratturò un mignolo, ma da quel giorno non mi ruppe più le palle. In qualche modo, con quel calcio sui coglioni mi ero guadagnato inspiegabilmente il suo rispetto. Anni dopo seppi che Coccimiglio era morto durante una rapina in banca. Aveva fatto da scudo con il corpo a una signora con un passeggino. Una che non conosceva. Ma gli eroi non esistono, avrebbe detto lui.