giovedì, marzo 08, 2012

stracchino


Dice Tsutsumi

Gianni Manzarek, è il miglior xilofonista di via Prenestina, lo dice anche il portiere del suo palazzo, che di musica ci capisce. Solo che per campare fa le consegne per la ditta "Lo Stracchino di Nonna Berta". Ma lui è uno consapevole , quindi se ne sbatte ed è felice così. Io no, io sto di merda. Sarà perché non ci ho il portiere, o forse perché lo stracchino mi da il vomito, boh.

Comunque sto di merda anche per altri motivi. Io da grande volevo fare l'attore, che non ho mai capito se ci va la A maiuscola o no. Ma sapete come sono queste cose, e allora invece di recitare passo le giornate a dire agli altri che va tutto bene, che poi è la stessa cosa. Comunque è questo, io da ragazzo pensavo a questo futuro qua, e poi una mattina mi alzo e m accorgo ch non c'ho un passato. Allora capisco [per quel poco che capisco] che sto inchiodato al presente, e il presente all'eta mia è già troppo tardi. Ogni tanto esco e sto fuori tutto il giorno, vado al parco per lo più, poi quando rientro, Paola ogni sera mi fa "Com'è andata al lavoro?" e io rspondo" tutto bene" tanto lei mentre lo dice non si volta mai, che La "Zuppa della Fattoria Verde" va girata bene, e se ti distrai un attimo esce fuori una fanga. E allora non mi guarda in faccia e così non si accorge.

Con il Gianni Manzarek abbiamo messo su un gruppo, ora stiamo litigando per il nome ma ci chiameremo "i Trilobiti". Roba forte, io volevo suonare le tastiere, ma ci ho le mani piccole e non copro manco un'ottava, allora Gianni mi dice "suona il basso" e così sia. "E al bassooo... Jhon Potomack!!!" Così mi presenta il Gianni ai concerti. Ora facciamo una turnè nei dopolavoro delle ferrovie, ci pagano con i buoni pasto, e al mercoledì pomeriggio ci faccio la spesa, che insieme alla verdura che ci tirano a fine concerto,ci campo la settimana.

Oggi torno a casa dopo settantaquattro giri dell'isolato, e nell'androne del palazzo trovo uno con la faccia di chi la sa lunga, questo mi saluta e fa "Buongiorno, Sono il nuovo portiere" indicandomi la guardiola con la luce accesa e il calendario di Padre Pio. Ho un sussulto capite, ho un portiere, ho un portiere anche io, come Gianni Manzarek. Mi asciugo la mano sui pantaloni e gliela stringo forte, come mi ha insegnato mia madre "Piacere, John Potomack, e suono il basso..." "Oh, molto interessante, Bertacchi Adelmo molto piacere, peccato che io di musica non capisca un cazzo, questa è la posta, comunque" tre bollette, credo.

Mia moglie non è ai fornelli oggi, è seduta al tavolo di formica gialla della cucina e gioca con delle presine a forma di coccinella. "Com'è andata al lavoro ?" mi fissa dritta negli ochi "...Che c'è per cena?.." "Stracchino, c'era l'offerta."

venerdì, febbraio 24, 2012

ego[ist]


Jack Vettriano


Interno Giorno:

Un appartamento, Roma. Francesca si alza dal letto e si muove verso la cucina [in sottofondo parte un brano di Miles Davis] la camera inquadra i suoi piedi sul parquet, fino alla cucina. Accende la macchinetta del caffè, e la prima sigaretta della giornata. Trova un biglietto sotto un sasso a forma di cuore che usa come fermacarte. Le luci si abbassano, la camera stringe sul biglietto ,la musica sfuma e una voce fuori campo recita:

"...No, aspetta, aspetta, aspetta, fammi spiegare, che poi l'idea della cena è stata tua. Si, la fantastica trovata della cena a tre, io te e il tuo ego, ricordi? Io non ero nemmeno d'accordo, ma te no, te hai cominciato con la storia del condividere le amicizie, le esperienze comuni, che in un rapporto la conoscenza dell'altro è il carburante per l'eternità e bla bla bla. E alla fine, dietro al menù, tu, mangi e basta, non spiccichi una parola e parla sempre lui. Tu fissi il bicchiere vuoto e lui mi fa piedino sotto al tavolo, lui ordina per tutti e tre, persino. E alla fine della serata, non contenta, tu hai preso un taxi, e lui si è fatto riaccompagnare a casa invece. E poi lo sai come sono 'ste cose...Miles Davis, il vino, le rose e lui. Capisci ora? Ecco spiegato l'imbarazzo di stamattina nel trovarti al suo posto nel letto, semplicemente sul momento non ti avevo riconosciuta..."

martedì, febbraio 07, 2012

s[t]onatina


Francesca Woodman

Ho un amore distratto, con lo sguardo come una quinta da teatro. Un amore che sputa sulle mie vocali rotonde come prese di fiato, chiuse tra le costole, e che non si sappia in giro, mi suggerisce. Ho un amore che scalcia nel vento più per paura che per noia, che toglie il fiato per dispetto, e il cibo per compagnia, ho un amore che parte nel vapore delle stazioni, e uno che torna, come le buste al mittente. Ho un amore che ruba nelle mie tasche, che piega le ginocchia sotto al velluto, che cigola come i relitti, uno che non riconosco, dietro un taglio nero di capelli che scopre gli occhi obliqui di un mondo sghembo, dove cammino sempre in salita più per desiderio che per sfida. Ho un amore sottosopra, con i cassetti pieni di vento e calzini spaiati buoni per ogni mio passo falso, uno senza le briglie e che non si doma nell'acqua, uno che si prende i respiri per egoismo, e per vedermi rosso in mezzo alla sabbia delle pareti. Ho un amore che stringe le gambe intorno ai miei fianchi, che scioglie l'inguine in una risata bianca, uno che mi rincorre in punto di morte, uno che piange a crepapelle, uno che ride a dirotto. Ho un amore per sempre che dura uno sguardo, uno che ti segue come le ombre lunghe del pomeriggio, appeso ai tacchi delle tue scarpe come un inciampo qualunque, uno che balla un passo facile con una tuo vestito vuoto, uno armato d'impazienza che ruba il sonno. Ho un amore come un brivido tra le scapole, ali con cui non ti raggiungo mai, uno che ti aspetta alzato con le unghie nei pugni. Ho un amore come una porta socchiusa dietro i singhiozzi degli altri, uno come una preghiera, uno come una lametta sotto la lingua, uno che aspetta il suo turno con un nodo fatto male alla gola. Ho un amore solo, amore, nascosto dietro una scusa scalza come una stecca nel finale. Un amore che dovrei spiegarti, ma non sei vela, ecco.

venerdì, gennaio 13, 2012

piccoli omicidi


Edward Hopper

1 [conserva]

L'odore di conserva si sente a quattro chilometri di distanza. l'odore d conserva fa impazzire, dolciastro, tiepido. E mi fa sentire appiccicoso, no anzi, appiccicato. La città è una conca di sguardi noti. Un ufficio postale, un benzinaio, un’edicola, un forno. Uno di tutto. Mentre faccio colazione nell’unica caffetteria vedo le nuvole rosse della conserva all'orizzonte, tramonti di pummarola hawaiiana. Sentirsi uno gnocco alla sorrentina, di prima mattina soprattutto se non è giovedì, può far girare i coglioni, per non parlare delle crisi di identità. L'odore di conserva mi fa venire voglia di vomitare, e di ammazzare qualcuno, a volte. Anche il rumore dei barattoli vuoti sul nastro trasportatore può far venire voglia di ammazzare, diciamolo. Quindi te non c’entri un accidente, volevo che tu lo sapessi, hai avuto solo la sventura di chiedermi il ketchup dal tavolo a fianco nella pausa pranzo.

2 [uomini che odiano le nonne]

La casa di mia nonna ha due bagni, e io una sola vescica. E uno, la troia, lo tiene chiuso a chiave “che sennò si sporca”. L’ho ammazzata oggi, sissignore, ammazzata. Le ho nascosto la dentiera nel microonde e poi le ho cacciato un crostino di fegato in bocca. Non sopportavo più che mi sorridesse da un bicchiere la sera. Ho comprato anche un piccone, sissignore. Così butterò giù queste quattro mura, e poi ci piscerò sopra. Non avremo di certo pareggiato i conti, ma vuoi mettere la soddisfazione. Il fatto è che i vecchi puzzano. I vecchi vogliono sempre il posto sull’auto, si fingono mutilati o invalidi e sbuffano come focene spiaggiate. I vecchi si pisciano addosso, sissignore. I vecchi sanno fare solo la frittata con le patate e coprono i divani e le sedie con il cellophane. A volte mia nonna copriva anche me, per proteggermi dalla polvere, diceva lei. Per proteggermi insomma. Adesso almeno, mi godo il divano.

3 [polaroid]

“Ecco, qui sei tu che guardi di lato, fuori dalla finestra poco prima di ordinarmi il caffè. Ti sei tagliata un poco i capelli stamattina, me ne sono accorto subito. Si vde anche in questa, te l’ho scatta fuori dalla scuola. Ma io noto tutto, ogni minimo dettaglio. Qui per esempio è mentre bevi il caffè, hai una ciocca dietro l’orecchio vedi? Per questo fotografo tutto io, per i dettagli. Questa è un po’ sovraesposta ma mi piace lo stesso, guarda, mi fai un cenno con la mano, e riconosco il tuo anello, non lo hai ancora tolto malgrado lui sia sparito già da sei mesi. Qui mi chiedi la fetta di torta, e io so già che ti piace la torta di mele, per questo sorridi nel vedermela già tra le mani. E’ la prima volta che mi sorridi, qui mi cade il tovagliolo dal braccio. Questa è in bianco e nero, è quando mi dici “Grazie Robert” e io smetto di sorriderti, peccato. Questa è quando ti alzi e vai in bagno e nemmeno mi saluti. Questa è quando ti seguo. Ah, poi c’è questa, qui è dove mi chiedi “perché?” e io ti rispondo “Dovresti saperlo bene, è scritto sulla mia targhetta il perché. Perché il mio nome è Thomas, mi chiamo Thomas, cazzo”. Questa è “dopo” tesoro. Avete tutte lo stesso sguardo, dopo. Niente più paura, via i rimorsi i rimpianti, il dolore. Via la superbia e niente più ricordi. Tornate pulite, come prima di nascere. Peccato tu non possa vederla.

lunedì, dicembre 05, 2011

Johnny Weissmuller



Jhohnny Weissmuller era stato campione olimpionico, o qualcosa del genere. Poi un giorno gli era venuta la panza, e allora un produttore gli aveva infilato a forza un costume leopardato e un pugnale di gomma in tasca e gli aveva detto da dietro a un megafono “Strilla”. Jhohnny Weissmuller Agitava il ciuffo in bianco e nero mentre si dibatteva con il leone vistosamente sdentato alla terza visione del cinema Due Allori di Via Casilina 355. Al secondo ruggito scoppio a piangere dietro i pop corn, a singhiozzi. Mio figlio se ne accorge, e mi chiede “Perché?”. Le cose stanno così, arriva un circo sotto casa. Giravano per il quartiere con una Fiat 1.100 rossa e un megafono sul tetto, era il circo Zardoz. Nel manifesto attaccato ai lampioni, c’era un domatore ipertrofico che frusta alla mano, cacciava la testa calva nella bocca di un leone. In un altro, un gorilla incazzato teneva in pugno una che mi ricordava mia zia Pina, ma in brutto. Dei tipi con i baffetti e delle camice a quadri piantarono i picchetti, misero il tendonei, e da sotto il telo a strisce bianche e rosse fu tutto un ruggito, a tutte le ore del giorno e della notte. Alla mattina del sabato Ignazio Scarpa al Bar Ragusa, raccontava poco dopo la terza sambuca che il leone Astor era fuggito verso i fossi della marana, divorando per strada un custode, due monache e un tranviere della S.t.e.f.er. che smontava di turno, e che la polizia lo cercava per tutto il quartiere armata di fucili da elefante caricati con delle fantomatiche pallottole al mercurio. Allora, in preda a una febbre malarica della savana dissi a mio padre che volevo vedere i leoni. Mio padre disse che i leoni erano belli nella savana, a casa loro. Allora piansi tre giorni filati, e mio padre (bestemmiando) al quarto cedette per sfinimento, e perché mia madre gli disse che o mi faceva smettere di frignare o sarebbe saltata anche la copula natalizia. L'unica dell’anno solare, come da contratto. Il biglietto costava cinquecento lire, una settimana di paga, ma mentre facevamo la fila alla biglietteria, le grida dei leoni mi rivoltavano la pancia per l’emozione, e mi dimenticai di essere ormai, povero in canna. Poi entrammo. Un tizio con i baffi finti e un cappello a cilindro, prese a parlare, immerso nella segatura fino alle caviglie, nel microfono che fischiava. Sotto il tendone saremo stati al massimo in dieci. Riconobbi anche il portiere Briguglia con suo figlio Paolone, un ciccione che puzzava di salame e perdeva moccio dal naso. Dopo dodici rulli di tamburo apparvero nell'ordine: “Ciro il pagliaccio” che le prese tutto il pomeriggio sorridendo come un santo vecchio, “Bozo il Nano più alto del mondo” un metro e settantotto senza tacchi, Il “Trio scwartz” tre siamesi uniti per i polpacci che facevano la ruota più grande d’Europa, Il “Mago Smrtz” che segò in due quella della biglietteria rovinandola per sempre, “Shana La Donna Scimmia” una tizia di Matera affetta da ipertricosi che ingurgitava banane tra gli sghignazzi, e il gran finale con il trapezzista “Waldo il grande” che si schiantò in terza fila durante l’esecuzione de “Il Salto triplo della morte nera” morendo in nottata tra spasmi incontrollabili e atroci dolori. Alle diciotto mio padre mi trascinò via in lacrime, dei leoni, nemmeno l’ombra. Non avevo visto neanche una quaglia gigante, un orso ballerino, o un tacchino mannaro, ero disperato. Andando via, tra i singhiozzi mio padre alzò un lembo del telone e mi mostrò un altoparlante, attaccato ad un registratore da cui uscivano versi di animali registrati, ruggiti, barriti, ululati e ogni genere di suono della foresta. Il mio era uno psicodramma, arrivai a casa e non cenai nemmeno, mi addormentai guardando il manifesto di Tarzan contro le amazzoni,e mi accorsi per la prima volta che Jhonny Weismuller aveva la panza. In qiell’esatto momento smisi di essere un bambino, per sempre. Ancora oggi però, ogni volta che sento un ruggito, mi viene da piangere. Ecco perché.

lunedì, ottobre 31, 2011

chi ha tempo, non aspetti Tenco



Potevo buttare le braccia al collo della bottiglia e ballare vestito di bianco pestandoti i piedi, spiarti dal buco nelle mutande per sapere a quali fianchi giuravi domani, sentire le tue bestemmie di rossetto persino. Potevo guardarti dare via quello che era mio con il primo venuto, anche solo per sapere a che prezzo c'è il resto nel palmo. Potevo sentire con la lingua il nero sotto le unghie, il tempo di legno oscuro passato a grattare la tua porta, a pisciare di contentezza sul tuo zerbino, cagna da riporto. Potevo guardarti darmi le spalle o rubarti la schiena con il passo di chi non ha fretta, sostenere il tuo sguardo come un esame, basso e sporco come le tue labiali nel mio petto. Potevo sputare nel piatto dove mangi, per vederti grata della mia infedeltà, perché l'amore è una fame e non fa avanzi, mai. Potevo sentirti parlare con loro e dire non lo amo, ma fa compagnia. Potevo dirti vedrai vedrai, e morderti la nuca mentre facevi il verso all'amore con il culo in alto, venendo in francese. Potevo (si) potevo. Ma mi sono innamorato di me, perché non avevo niente da dare.

martedì, ottobre 18, 2011

esitation (trittico)


Jack Vettriano

Nelsen piatti
Vabbè, poi c'era questo fatto che ti dispiaceva che lavavo i piatti dopo aver cucinato. Allora un giorno mentre insapono una scodella verde mi fai quasi sottovoce "che poi, se devi fare tutte queste cose, allora vieni a vivere qui..." e io in quel momento esatto, senza nessun preavviso sto per dirti con questa voce che senti adesso "allora sposami" e mentre apro la bocca per dirlo suona il tuo cellulare, e le tue parole si confondono i mezzo alle bolle del nelsen piatti. Ora te non lo sai, ma io, mentre sciacquavo un bicchiere con Bugs Bunny sopra, ti ho pensata con il vestito bianco, e mi è venuto da piangere. tu riemergi tra le bolle chiudendo il telefono, io ti guardo, chiudo il rubinetto e dico "è finito il sapone, amore”.

Esitation (lista)
Restano, di ieri sera, la formica nel mio zucchero marrone , la ruggine nel lavandino, il tuo tabacco nella mia saliva, una bestemmia sotto la lingua, l'amore d'estate con il risvolto dei calzoni al ginocchio, il tuo odore nel libro a metà, una mano sugli occhi mentre faccio l'indiano, una attesa trattenuta nella schiena. La paura come una bella speranza, una scarpa dispari, lui, fuori dalla porta. Batto un tempo scalzo, t'ho esitata troppo.

Si scrive per una persona sola
Questi aggeggi per asciugare le mani sono sempre rotti. Me le asciugo nelle tasche e torno al tavolo. Il tuo posto è vuoto, e non vedo nemmeno il piatto. È rimasto il bicchiere con il passito e pezzi di mandorla sulla tovaglia. Il cameriere mi dice che il caffè è offerto dalla casa, gli chiedo se ha visto la signorina che era con me. Si mette a ridere “voi romai siete tutti comici eh..” mi guardo intorno, incrocio lo sguardo con la coppia di irlandesi che guardano la cartina, lui sorride e ingoia qualcosa. Al telefono una tizia metallica mi dice che il tuo numero non esiste, eppure, me lo ricordo. Così come ricordo di non essere mai stato in questo paese, credo. Mi ricordo di aver tenuto la mano sul cambio per tutto il viaggio pe lar paura che ti accorgessi che tremava, tu ci avevi appoggiato la tua, sopra, chiedendo il permesso. Ricordo la tua voce e il vestito bianco in mezzo al grano del finestrino. Io, invece, ero uno spaventapasseri con una taccola sulla spalla. Ricordo che mi tenevi la mano, ancora, e in mezzo al tufo non sentivo la fame e le ginocchia che cedono. Avevo la sola forza che bastava. Guardarti. Solo così, avevo fatto in tempo a rubarti il neo che hai sul collo. Ricordo l’unico tavolo in mezzo a un poco di brezza. Ricordo, che parliamo dei massimi sistemi , con la voce che trema appena mentre dici “Non siamo buoni per fare gli amanti...” Parla per te, vorrei dirti, ma il tortello di zucca mi guarda e fa di no con la testa. Allora dico “hai ragione” e lo ingoio senza pietà. Poi, mi alzo, e vado a lavarmi le mani.