lunedì, ottobre 08, 2018

[titoli di coda]

Ho aperto questo blog nel 2004 e ci scrivo sopra da tanti anni che ho perso il conto, inutile fare la carrellata dei bei ricordi o l'inevitabile e ormai impossibile confronto con i social, che per quanto possiamo dannarci l'anima hanno stravinto la battaglia, ammesso che ce ne sia mai stata una. Veder diventare queste pagine e la mia in particolare, delle cattedrali nel deserto mi ha intristito e malgrado con insistenza e tenacia io abbia continuato a scriverci sento che è arrivato il momento di chiudere questa esperienza, diventata ormai un monologo ad alta voce e perdendo di fatto il suo senso originario. Per quanto breve possa sembrare il tempo passato, i blog sono preistoria, reliquie mediatiche, fossili. Ma senza confronto, senza ormai nessuno scambio, le motivazioni vengono meno e svaniscono come acqua al sole. Per questo ringrazio tutti quelli che in questi anni sono passati lasciando tracce scritte, pensieri, commenti, immagini, tutti dal primo all'ultimo. 


Continuo e continuerò a scrivere in altre sedi, per chi fosse ancora interessato a dare una sbirciata ai miei pensieri, potrete e potete trovarmi qui:


https://www.facebook.com/alessandro.niccolai.3


per chi invece volesse scrivermi in privato, questa è la mia mail:


ale.niccolai69@gmail.com


un grande abbraccio,


Hobbs

lunedì, settembre 24, 2018

[il corpo del reato]












"Amore è l'atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona."  Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, 1977/92


"Giri giri commissario, che se non si scioglie bene lo zucchero il caffè resta amaro, giri ancora, sù..."

Caponegro girò il cucchiaino a lungo nella tazzina del caffè, poi diede due colpetti sul bordo e lo porse alla Signora Silvana Borgomastro Strozzi, anni ottantadue, pensionata e vedova di Calibano Cosimo, generale dei Carabinieri. La Signora Borgomastro Strozzi era la sua dirimpettaia, grande appassionata di gialli, aveva il vezzo delle investigazioni condominiali, che finiva sistematicamente per raccontare a Caponegro che in qualche pausa Caffè si divertiva ad assecondare per affetto e perché in fondo la signora Strozzi aveva delle sgangherate ma indubbie qualità investigative, senza contare che ogni volta che faceva la crostata con le visciole e la ricotta gliene portava mezza. Comunque tra i casi più clamorosi risolti negli ultimi mesi dalla Strozzi c'erano il gatto scomparso del geometra Carilli finito in un condotto di scarico e l'avvelenamento del cane di Don Ciccio Mastracca ad opera del vicino con delle polpette alla stricnina e va detto a parziale discolpa del vicino, che il cane in questione era il più stronzo mai visto al Mandrione.

"Allora, signora Strozzi, beva il suo caffè, tiri un bel respiro e mi racconti di nuovo 'sta storia del tappeto persiano, ma con calma e senza mangiarsi le parole, che fino ad ora non ci ho capito una beata mazza, su...."

"Dunque, mercoledì, come faccio ogni sera prima di coricarmi mi sono preparata una tisana al tiglio e finocchio e mentre sorseggiavo scambiando due chiacchere con la buonanima di mio marito..."

"Ma suo marito non è morto dieci anni fa?"

"Si ma io prima di andare a dormire mi metto davanti alla sua foto ed ho l'abitudine di raccontarlgi la mia giornata, sa, cose di vecchi, commissario... comunque mentre sorseggio la mia tisana sento delle urla provenire dalla villetta dell'ingegner Tricarico quella proprio di fronte alle nostre finestre, ora non è che volessi farmi gli affari loro commissario, ma questi urlavano così forte che non ho potuto fare a meno di ascoltare, così scosto la tenda e vedo dalla finestra il ragioniere e sua moglie, litigare furiosamente, o meglio lei urlava e lui in angolo della stanza sembrava quasi intitmidito, lei gli puntava un dito contro ed era rossa paonazza che pareva una mazzancolla..."

"E cosa gli diceva la mazzancolla al Tricarico?"

"Io proprio tutte le parole precise non le ho capite, ma quella ripeteva di continuo "Porco e schifoso" secondo me ha scoperto che lui le metteva le corna."

"Va bene, la signora Tricarico strillava come una pojana, e poi?..."

"E poi è calato un lungo silenzio, io ho dovuto farmi un'altra tisana che nel frattempo s'era fatta fredda e dopo aver dato la buonanotte alla buonanima del mio amato Cosimo, mi sono affacciata di nuovo per vedere che aria tirava, vedo così che in casa le luci sono tutte spente, e all'improvviso la porta della villetta che si apre e l'ingegner Tricarico es cesul pianerottolo con un cappotto col bavero alzato e un cappello sulla testa che manco un agente del mossad, poi da uno sguardo a destra, uno a sinistra e si dirige verso la macchina parcheggiata nel vialetto, apre il cofano torna verso la porta di casa e comincia a trascinare fuori dal buio, un grosso tappeto persiano arrotolato, se lo carica sulle spalle e poi lentamente lo lascia cadere nel cofano dell'auto. Lo chiude, , si siede al posto di guida, esce dal vialetto e si dirige col suo triste bottino in direzione Via Casilina..."


La Vedova Borgomastro Strozzi chiuse enfaticamente la frase fissandolo in lungo silenzio come a dire: "Se non ci arrivi da solo, scambiamoci di posto che così ti stai fregando lo stipendio."

Caponegro invece appoggiò i gomiti sul tavolo e disse:

"Embé?"

"Ma come embè? Commissario, le dico che dentro al tappeto c'era un corpo umano..."

"E lei che dentro al tappeto c'era un corpo da cosa lo deduce?"

"Dal fatto che da uno dei due pertugi usciva fuori una mano."

"Si ma dico, il movente? Cioè questo si incazza dopo una banale discussione e fa fuori la moglie così? Se avessi dovuto uccidere una donna dopo ogni discussione avuta, a quest'ora mi avrebbero condannato per strage e crimini contro l'umanità. Le corna, mi sembrano un movente deboluccio, quindi la domanda è: perchè?

"Ma come perché? Ma lei lo sa chi è la moglie di Tricarico?"

"No, chi è"

"Ossantiddio ma lei proprio niente sa? Lei è la vedova Ginolfi, quello dei motoscafi e delle barche a vela, pensi che aveva fatto un motoscafo in legno anche a Gianni Agnelli, Tricarico disegnava progetti per lui, al cantiere un giorno conosce la signora e scocca la scintilla, già allora si diceva che avessero una storia, poi capita che Ginolfì toglie il disturbo per un difettuccio alle coronarie e così, dopo un paio d'anni si sono sposati. Quello lì, se la moglie lo lascia, perde una barca di soldi, tanto per restare in tema nautico, invece questo figlio di buona donna la uccide, occulta il cadavere, denuncia la scomparsa e fra quattro cinque anni quando la dichiareranno morta sarà lì a godersi il bottino. E guarda caso, da mercoledì, della signora non c’è traccia…E ora mi dica che il discorso non fila... mi dia retta commissario , quello l'ha ammazzata e poi si è sbarazzato del corpo buttandolo da qualche parte, magari in una discarica o in un inceneritore""

"Certo, chi non ha un inceneritore a portata di mano, due giri di raccordo e uno aperto lo trovi sicuro..."


Caponegro congedò la Signora Strozzi dicendole che avrebbe fatto una visita all'ingegner Tricarico più per tenerla buona che per altro, ma tornando a casa, più ci pensava e più si convinceva che la Strozzi, a furia di non farsi i cazzi suoi, alla fine un delitto rischiava di risolverlo per davvero, la sua storia tutto sommato filava. E poi, cominciava a divertirsi. Chiamò de Simone che era di turno per la notte e gli chiese di recuperare e controllare tutte le registrazioni delle telecamere di sorveglianza che potevano aver intercettato l’auto di Tricarico nel pomeriggio di mercoledì e di reperire i tabulati telefonici per vedere a quali celle si era agganciato l’ingegnere durante il tragitto per il probabile occultamento del cadavere.

“C’hai 24 ore De Simò, se no te sbatto a Mondragone a fa l’agente penitenziario.
E De Simone fece un buon lavoro, l'auto di Tricarico aveva imboccato Via Casilina in direzione raccordo anulare ripresa da una telecamera di sorveglianza di una banca , poi una ripresa delle telecamere dell'Anas lo vedeva imboccare il casello dell'autostrada Roma- l'Aquila e una seconda ancora all'uscita per San Cesareo, poi da lì nulla almeno finché il suo smartphone non aggancia una cella in località Monte Ravello.

"De Simone, che cazzo ci sta a monte Ravello?

"Commissà, niente, quattro case in croce, però c'è una buonissima trattoria dove si mangiano ancora le polpette di bollito.


Caponegro s'illuminò d'immenso.

-Ci vediamo nel pomeriggio De Simò.

La trattoria l'aveva trovata subito, anche perché a parte il bar, una casa cantoniera e una pompa di benzina in disuso a Monte Ravello non c'era praticamente altro e poi l’insegna “Da Nando” non lasciava troppi dubbi. Il proprietario era seduto fuori dalla porta e stava leggendo un corriere dello sport dell'anno prima.

- Non vorrei darle una notizia traumatica ma Totti s'è ritirato n’ anno fa, me dispiace.

- Ce lo so, ce lo so, è che la Roma senza Francesco non è più la Roma dottò, allora me leggo i giornali dell'anno scorso, così me pare che ce sta ancora e me sento mejo.

- M’hanno detto che fate le polpette di bollito qui.

- Hanno detto giusto.


Tagliò a metà la prima, panatura perfetta, dorata come il fieno, appena croccante fuori e morbidissima dentro, quando infilò la forchetta in bocca, partì l'inno alla gioia di Beethoven con la direzione di Von Karajan e tutto il coro della Wiener Philharmoniker. Poi sentì la voce di sua madre che lo chiamava da lontano "Ruben, Ruben! Sali che è pronto..."
-Si?

-Allora ‘ste polpette, come so'? L'oste lo fissava appoggiato a una seggiola con una parannanza con scritto "Chi non beve con me, peste lo colga".

-Stupefacenti, mia madre le faceva così. C'è pure la scorza di limone grattugiata...

A Caponegro veniva da piangere, l'oste sorrideva tronfio con il petto in fuori, e gli porse pure un piatto di coratella.

-Questa je la offro io dottò, che vedo che lei è n'intenditore.

Anche la coratella era commovente e il vino bianco era andato giù per il gozzo che era una bellezza. Allora chiese:

-Il vino pure lo fate voi?

-No, non più, il vino viene dalla toscana, c'ho 'n cuggino che c'ha una piccola azienda agricola, ma anche le materie prime vengono da fuori, una volta si era tutta robba nostra, ma poi hanno scoperto quella merda di discarica abusiva, ed è uscito fuori che forse il terreno era inquinato, hanno cominciato a parlarne i giornali e qui è finito tutto, in un paio d'anni di Monte Ravello non è rimasta traccia. Manco er benzinaro... E allora anche noi, nel dubbio, abbiamo cominciato a comprare la materia prima altrove.

-E questa discarica dove sarebbe?

- A du' chilometri, segua le indicazioni per passo cupo e se la troverà davanti, era 'na vecchia cava de terra rossa, quando la cava s'è esaurita hanno cominciato a buttarci roba dentro e non se so' più fermati. è transennata da almeno sei anni, dovevano bonificarla ma poi hanno cominciato a rimpallarsi le responsabilità tra provincia e regione, e alla fine se la semo pijata tutti 'nder culo.


Anche senza indicazioni alla cava sarebbe comunque arrivato seguendo il tanfo, l'aria era irrespirabile da almeno un chilometro. Fermò l'auto e scese, una nuvola di gabbiani prese a roteare in aria come avvoltoi. Poco distante, una prostituta se ne stava seduta su una sdraio, con tanto di ombrellone, thermos con il caffè, ascoltando musica da una vecchia radio che teneva sulle cosce.

-Salve.

-Ciao Belo uomo, sono vendisinque euri.

-Va bene.

Lei fece per alzarsi, ma Caponegro la fermò con un gesto della mano.

-Solo parlare però.

-Solo polisiotti e vedovi pagheno per parlare.

-Non sono vedovo.

-Ma Io ho permeso di soggiorni.

-Non me ne frega un cazzo del tuo permesso di soggiorno, li vuoi sti venticinque euro o no?

-Si.

-Ooooh, bene, vedi che ci intendiamo noi due. Come te chiami?

-Fatou.

-Bene Fatou, te vieni qui tutti i giorni?

-Si trane che domeniga.

-Me pare giusto. Senti Fatou, fino a che ora lavori qui?

-Io lavori fino a ghe c'è luci, e quando va via, bruc i copertoni…

-Hai visto qualcuno, venire qui di recente a scaricare roba nella discarica?

-Oh, si tanti genti viene, buttino lavadrisci, frigorifiri maderassi, tutti i giorni...

-Ecco, mercoledì, per caso, hai visto un uomo con una macchina grigia buttare qui un grande tappeto?

Scoprì i denti bianchissimi e per la prima volta sorrise.

-Si! Io ricordo lui, perché tappeto molto grande e perché lui quando andado via piangeva"

Caponegro aprì il portafogli e tirò fuori una banconota da cinquanta euro. Poi disse:

"Fatou,vai via da qui, quest'aria è marcia e malata, non è roba per una bella ragazza come te, finirà per ucciderti"

"Se Dio mi voleva viva, polisiotto, no faceva vivere a me questa vida. Non è l'aria che mi uccide, credime"

Fatou aveva indicato un punto preciso della discarica, Caponegro scavalcò la transenna, con un fazzoletto davanti alla faccia, fece una ventina di passi e si trovò in un largo spiazzo dove stavano accatastate pile di copertoni , latte di olio per motori e alcune carcasse di automobili carbonizzate. Da uno dei finestrini posteriori si sporgeva la sagoma di un grosso tappeto arrotolato da cui spuntava una mano che penzolava nel vuoto.

"Cazzo" pensò, la vedova Borgomastro Strozzi ci aveva visto giusto. E forse a ben pensarci, come superiore sarebbe stata di gran lunga meglio di quel coglione del questore Santolamazza. La promosse sul campo e poi chiamò Tozzi della scientifica.

"Tozzi, sono Caponegro, stò alla discarica abusiva di Monte Ravello, qui abbiamo un cadavere di donna avvolto in un tappeto, probabilmente un omicidio.... ma che vuoi contaminare, siamo in una discarica tossica....Si, si, si non tocco niente stai tranquillo, te e le tue scene del crimine di stocazzo..."
Dietro il nastro rosso e bianco vedeva Tozzi seduto sui talloni armeggiare con il tappeto e scuotere la testa, altri due vestiti come astronauti stavano con le mani sui fianchi e la bocca aperta come se avessero appena trovato un marziano viola. Tozzi si sfilò i guanti con un gesto di stizza poi disse:

"Vieni vieni Caponegro, vieni a vedere, che stavolta ti fanno vicequestore, come minimo..."

e i tre scoppiarono a ridere.

"Che cazzo ridi Tozzi, io capisco che a furia di vedere morti te sei abituato, ma cristo esageri, te..."


Quando fu arrivato ad un passo dal tappeto, Tozzi prima aprì un lembo della stoffa, facendo scivolare fuori una ciocca di capelli rossi della poveretta, poi con un gesto improvviso, di scatto, la scoprì del tutto, gridando:

"Eeeeet voilà!!!

"Ma che cazz..."


Tozzi rideva fino alle lacrime, gli altri due presero a sfilarsi la tuta bianca asciugandosi gli occhi con le maniche. Caponegro stava dritto in piedi davanti alla vittima senza dire una parola, pietrificato, immobile.

"Caponegro, ma te ce l'hai una vaga idea dei soldi che mi devi dare per non far uscire questa cosa al commissariato? no davvero, dimmelo, lo sai? Ti prenderanno per il culo per anni, ma se vuoi possiamo metterci d'accordo, posso venirti incontro, in fondo ci conosciamo da quasi venticinque anni.... quanto prendi te...?"

E riprese a ridere senza freno, né ritegno.

"Vaffanculo Tozzi, Vaffanculo."
E va bene, vi dico com'è andata la cosa, probabilmente, ma fatemi il favore di non raccontarlo in giro, che nel mio piccolo c'ho una reputazione io. Nel tappeto arrotolato, c'era una bambola. Una di quelle bambole per il sesso che vendono in rete, così ben fatte e realistiche da sembrare vera, sempre a patto di spendere molti soldi e di volerci credere, soprattutto. Le cose quindi, sono andate probabilmente così: La signora Tricarico, scopre che il marito, in sua assenza si trastulla con una bambola dalle fattezze umane e dai capelli Rossi, che per comodità di racconto, chiameremo Tamara. Disgustata e mortificata dalla scoperta, discute con il marito, obbligandolo a disfarsi immediatamente della bambola. Poi, se ne va di casa per qualche giorno, in attesa di prendere decisioni ulteriori e di farsi passare il disgusto. Il Tricarico, non sapendo come "occultare" il corpo della povera Tamara senza farsi vedere decide di avvolgerla in un tappeto e caricarla auto, andando poi a disfarsi del "corpo del reato" in una discarica abusiva subito fuori Roma.


Ecco, questa storia insegna diverse cose, la prima è che non sempre quello che sembra è quello che è, per fortuna. Ma anche che non farsi mai i cazzi propri può essere fonte di ragguardevoli e roboanti figure di merda, prova ne è la cena che dovrò pagare da Benito al Bosco a quel testa di minchia di Tozzi per non farmi sputtanare con tutto il commissariato di Via del Mandrione. E però ci sono anche alcune cose buone che restano, come il sapore delle polpette di bollito, l'inno alla gioia di Beethoven e aver sentito ancora una volta la voce di mia madre che mi chiama dal cortile per la cena.


Solo una cosa resterà per sempre senza risposta, e sono le lacrime di Tricarico mentre viene via dalla discarica dopo essersi liberato della bambola. E forse, è meglio così.

lunedì, agosto 20, 2018

[disabituation]

























C'è questa cosa dell'inaridimento, ne parlavo giorni fa col mio amico Dick.

Succcede che ad un certo punto, progressivamente ed in modo apparentemente irreversibile smetti di cercare, di guardarti intorno, di rubare sguardi. Per dire, prima capitava che andassi a caccia degli sguardi delle donne degli altri, anche. Anzi forse erano i miei preferiti in verità. Spesso guardavo tizio o caio parlare con lei, una lei qualsiasi intendo e finivo col chiedermi sempre la stessa cosa: "Ma che ci fa questa con un coglione del genere quando potrebbe essere infelice con me" il termine di paragone con gli altri lo facevo sempre con il peggio di me, non era gioco al ribasso credetemi, ma l'autostima andava di pari passo con la sconfinata sfiducia che avevo nella capacità di scelta delle donne, credo. Dick dice che sono tutte zoccole, ma lui non fa testo, sua madre era la tenutaria di un bordello vicino a Russel Boulevard.

Comunque, ad un certo punto cerchi di ricordare quand'è l'ultima volta che sei stato felice e ti vengono in mente solo cose assurde tipo l'odore di plastica della tua auto nuova o l'ultima volta che hai preso una granita all'amarena. Dick dice che quando succede questo ti stai inaridendo, capisci? Una cosa come la desertificazione, penso io.
E poi però succedono cose improvvise come le piogge di fine agosto, se capite cosa intendo, quei piccoli episodi banali come un incontro casuale in un bar, con questa che mi fissa dal tavolo a fianco, che ha sorriso, si è seduta vicino, ha preso una fetta di torta, chiesto cacao in polvere, sorriso di nuovo, si è raccolta i capelli e prima di andarsene mi ha chiesto il numero di telefono, capite? Il numero di telefono.

Ecco, quando succede questo, quando non sei più abituato a stare con nessun altro che non sia te stesso, per quanto possa sembrarti incredibile, quando qualcuno mostra dell'interesse per te dopo così tanto tempo, la prima cosa che ti dici è " Ma che cazzo vuole da me, questa?"

Poi dovrò trovare il modo di spiegare a Dick che incontrare sua moglie è sato un caso, che contro le piogge di fine agosto non puoi fare proprio niente, ma che comunque, sulla desertificazione aveva ragione lui.

giovedì, luglio 12, 2018

[4745]






Ho amato per 13 anni la mia migliore amica e non gliel'ho mai detto. Che era la mia migliore amica intendo, che la amavo l'ho detto subito, non avrei potuto fare altrimenti anche perché si vedeva lontano un miglio. E poi sono cose molto più facili da dire quelle, si sa. Poi c'è stato un bacio mi pare, dopo abbiamo fatto l'amore un bel po' di volte, abbiamo messo su casa come diceva lei, scelto i piatti, la tinta alle pareti e i mobili, poi sono nate Camilla e Greta ma non so se proprio in quest’ordine e allora abbiamo comprato una macchina più grande, io ho cambiato lavoro tre, quattro volte, lei colore dei capelli almeno una trentina, abbiamo litigato per un sacco di cose inutili, a me sono caduti i capelli e a lei erano venute delle rughette molto carine intorno agli occhi, io sono diventato un po' pigro, lei faceva disegni sempre molto più belli dei miei ma non sono mai stato invidioso, anzi, poi abbiamo fatto una ventina di viaggi molto belli, anche se a me all’inizio non andava mai troppo, che viaggiare mi stressa. Poi un giorno mentre stavamo seduti davanti a un caffè, se n'è andata. Cioè non è che è morta, semplicemente si è dissolta, un attimo prima era lì che versava lo zucchero di canna nella tazzina e un attimo dopo era svanita. Mi pare che stesse dicendo che non era colpa mia, che le dispiaceva o qualcosa del genere, come se la cosa potesse consolarmi in qualche modo. Per un attimo ho pensato anche di essermi immaginato tutto, figlie comprese. Poi sono rimasto da solo ed è successo qualcosa di molto strano, è successo che ho dovuto imparare a smettere di amare mio malgrado, un poco alla volta, un giorno alla volta, che era un po' come imparare di nuovo a respirare o camminare, se capite cosa intendo e mentre lei era da qualche parte a ridere, mangiare e respirare o fare l'amore io stavo fermo a quel cazzo di tavolo da caffè. Ma non era di questo che volevo parlarvi, alla fine per quanto possa sembrare strano, il sesso e tutte quelle altre cose che mi sembravano imprescindibili nei miei giorni, erano diventate improvvisamente dettagli sfocati.
E poi è successo che mi mancava l’amica invece, come l’aria. Perché a lei dicevo cose che alla donna che amavo non riuscivo mica a dire.

Ah, dimenticavo la cosa più importante, poi è successo anche che ho smesso di bere caffè.

venerdì, giugno 22, 2018

[l'amica del giaguaro]



Quando gli agenti del commissariato Torpignattara erano entrati nell’appartamento di Via Zanardelli 128, all’interno, della signora Ravesi erano rimasti solamente una parrucca color nutria, una vestaglia arabescata e due pianelle di felpa rosso porpora. Per il resto l’appartamento era in ordine e pulito, i documenti sul comodino, due gatti affamati intorno a due ciotole vuote, nessun segno di effrazione, nessun furto, la signora Ravesi si era semplicemente Volatilizzata o forse era evaporata, visto che a Roma quell’estate faceva 39 gradi un giorno si e l’altro pure. Insomma un mistero che manco Agatha Christie.

Il commissario Caponegro mi fissa dall’altra parte della scrivania, ha la barba un po’ incolta e si vede che gli girano le palle, apre un cassetto e tira fuori una cartella, la sfoglia velocemente poi la richiude ci poggia le mani sopra e mi dice:

- Allora signor Varzi, mi racconti nuovamente questa storia del giaguaro e cerchiamo di essere più chiari e soprattutto convincenti, se le riesce.

- Si, dunque,come le dicevo io sono sul mio pianerottolo e mentre cerco le chiavi di casa nelle tasche con le buste della spesa poggiate a terra sento alle mie spalle una specie di gorgoglio basso e profondo, mi si rizzano i peli sul collo e lentamente mi volto. Sullo zerbino della signora Ravesi, a poco meno di due metri da me c'è un giaguaro che mi fissa immobile, vedo appena la cassa toracica muoversi lentamente mentre respira, il che mi suggerisce che non è uno di quegli osceni animali in ceramica scala 1:1 che mia nonna teneva in casa. Inghiotto la saliva che non ho più e cerco di muovermi di lato per guadagnare la rampa di scale alla mia destra, la belva ruota appena la testa e mi segue con gli occhi, poi ruggisce. Mi fermo, e mi ricordo che un tizio una volta mi disse che gli animali non vanno mai guardati negli occhi, che sennò si incazzano. Dopo quasi un'ora, la porta dell'appartamento si apre lentamente e la signora Ravesi, affaccia la testa, guarda il giaguaro e fa:

- Rosmando! Sei scappato di nuovo, cattivone! Vieni dentro che ti do i croccantini di pollo che ti piacciono tanto..... ma lei piuttosto, cosa fa lì impalato?

-Signora Ravesi, ma cosa fa, tiene un giaguaro in casa?

-Ma quale giaguaro e giaguaro, questo è un gatto gigante dell'isola di Giava, sono animali rarissimi pensi che ce ne sono solo dieci esemplari in tutto il mondo, l'ho pagato tre milioni e mezzo eh...

-Ma chi glielo ha venduto?

-Un tizio fuori dal giardino zoologico! 

-E lei le ha creduto? Signora, questo è un cazzo di giaguaro, uno dei più potenti predatori del pianeta, mangia 40 Chili di carne al giorno, altro che coroccantini di pollo....

-Ma non dica castronerie, il mio Rosmando fa le fusa, piscia nella sabiola, e mi si struscia alle caviglie quando ha fame. Vada a casa ora, la vedo pallido sa, ma non le starà venendo l'influenza?

-Signora, guardi che lei deve subito chiamare la guardia zoofila, lei non è al sicuro con quella belva nel soggiorno, lo capisce questo?

- Ma la smetta e non mi faccia pentire di averle dato le chiavi di casa. Rosmando andiamo e non dare confidenza al signore che non ama gli animali…

-E la cosa è finita così, nient’altro? Non è che magari ci sono stati strascichi, avete litigato, discusso…

- No, commisario, la cosa è finita che due mesi dopo, la signora Ravesi magari si scorda di comprare i croccantini di pollo perché è un tantinello, come dire “rincoglionita” e il suo Rosmando che ci aveva un buco allo stomaco decide di fare uno spuntino, ecco. La signora Ravesi se l’è ingoiata sana sana quella bestia, glielo dico io. Erano diversi giorni che non la sentivo e quindi alla fine dopo aver telefonato e suonato diverse volte al campanello senza nessuna risposta, mi sono deciso e ho preso la copia delle chiavi, ma come ho aperto, quella belva ha imboccato la porta, si è precipitata per le scale ed è sparita nel nulla, e subito dopo vi ho chiamati. 

- Ma non ci sono tracce ematiche, né ossa, non trova quantomeno bizzarra questa circostanza?

-Ma che ne so, La vecchia pesava si e no 40 chili, avrà leccato anche il pavimento quella povera bestia, chissà da quanto tempo non mangiava...una volta in un documentario ho sentito che i giaguari mangiano anche 50 chili di carne al giorno...

- Ma nessuno, a parte lei, dice di aver mai visto o sentito questo leopardo…

- Giaguaro, è un giaguaro.

- Ecco si, nessuno ha visto questo giaguaro.

- Ma quella vecchia svitata parlava solo con me, gliel’ho detto, non ha figli né parenti, non dava confidenza a nessuno, nemmeno al portiere.

- Una vittima ideale da far sparire nel nulla e godersi tutti i suoi soldi, non trova?…

- Ma quali soldi, se mi ha detto lei stesso che non risultano segni di effrazioni né di furto…

- Si, ma vede, signor Varzi, cercando tra i documenti della signora Ravesi abbiamo trovato questo, magari lei può spiegarci meglio…

E mi caccia sotto al naso un testamento con tanto di firma dove la vecchia pazza mi nomina unico erede, capite? La stronza mi lascia due appartamenti, un box auto, un appezzamento di terreno a Bracciano e la bellezza 250.000€ in contanti, ma soprattutto mi lascia nella merda. Guardo il foglio come uno con la lobotomia prefrontale guarderebbe un microchip e dico:

- Comissario le giuro che non ne sapevo niente, io tenevo solo un mazzo di chiavi di riserva nel caso le fosse successo qualcosa e le annaffiavo le piante ad agosto quando se ne andava a fare i fanghi a Montecatini, per qualche misterioso motivo questa si fidava di me, ma io di questo testamento non so un cazzo di niente, mi crede?

- Lei ci crederebbe a una storia così?

- No.

Che poi, ho raccontato questa storia decine di volte, anche durante il processo e la cosa assurda è che più la racconto e meno mi convince. L’unico che mi crede è il mio compagno di cella. Il problema è che lui dice di aver messo la testa della moglie dentro al microonde perché glielo ha ordinato Dio con una telefonata la sera di natale, quindi non so bene che peso dare alla cosa. Comunque qui il cibo non è male e mi sono anche messo a fare teatro. Pare che sono portato, pare. “La stronzata del giaguaro la racconti benissimo, vedrai che ti riesce anche con altre cose” Così mi ha detto il regista del nuovo spettacolo. E mi ha convinto.

Il Messaggero 22 Giugno 1989 - Cronaca di Roma
“ Si è conclusa nel modo peggiore la caccia al giaguaro avvistato nelle campagne intorno ai castelli romani la scorsa settimana, la belva probabilmente fuggita da un circo o dall’abitazione di qualche privato che la teneva clandestinamente in casa, aveva fatto incetta di capre e pecore seminando il terrore tra gli allevatori e i contadini della zona almeno fino a questa mattina, quando un’unità zoofila della polizia lo ha abbattuto dopo ore di caccia e appostamenti e dopo averlo sorpreso nel tentativo di entrare in una stalla nei pressi di Albano laziale. Vivaci le proteste della comunità animalista che si era inutilmente mobilitata nel tentativo di salvare l’animale.”

mercoledì, maggio 16, 2018

[bicloruro di mercurio]

















Ovest, non troppo.

Quando mettemmo il primo piede sulla spiaggia avevamo stivali di cuoio e pochissima pelle addosso. Quaranta settimane di viaggio, razionare i viveri, alla fine mangiavamo solamente alici essiccate e acqua salmastra. Su quella riva, che con arroganza chiamammo terra, stavamo in piedi solamente stando spalla contro spalla, aggrappati ai fucili o alla bandiera, se c’era. Le gambe cedevano poco sotto le ginocchia scarne, per fame o per paura, fate voi. 

Ci aspettavamo di trovare l’India, capite, per questo li chiamavamo indiani. Che poi, c’è un'India dove muori di fame e un’altra dove muori e basta, ma allora di tutto questo sapevamo poco o niente, le notizie arrivavano su carta forata, ma il marconista era crepato per lo scorbuto e quindi capirete da voi che l’interpretazione dei segni fece la differenza. La verità è che se nasci nel posto sbagliato, qualunque posto intendo, il resto, sono solo piccoli dettagli. Nomi, colore della pelle, religione, lingua, tutte cazzate, tutte. 

Comunque regalammo fotografie, cioccolata e una robaccia scura da mandare giù stringendo i denti. In breve tempo persero Dio, diventarono cattivi e con il fegato pieno di buchi, come tutti gli alcolizzati. I bufali e il diesel fecero il resto. -Mira bene ragazzo. Diceva il guercio. E così brucavano e morivano, correndo a mucchi con gli occhi sgranati e persi, vicino ai binari della ferrovia e ai pozzi di petrolio abbandonati. 

La notte invece, suonavamo chitarre elettriche e blues mentre le loro donne ballavano. Le donne sapevano di sudore e erba, le donne se le paghi bene ti dicono tutto quello che vuoi sentirti dire, in un tintinnio di denti d’oro, ciondoli d’osso e piume. Le donne sapevano muovere i fianchi, e casa era una culo sconosciuto e bianco, l’unica luna che vedi da qualunque parte del mondo, anche quella sbagliata.

L’illustrazione è di Andrew Wyeth .

mercoledì, marzo 28, 2018

[e quindi]







(Illustrazione di Brad Holland)

Aspetto che la lancetta dell'orologio sia perfettamente verticale e poi comincio a parlare, quando sarà finita avremo barattato 15 anni per 15 minuti. Uno scambio equo. Quindi vediamo, te ne stai seduta davanti a me fissando il mio cappuccino per tutto il tempo, io torturo un tovagliolo facendone strisce perfettamente uguali cercando di metabolizzare il più velocemente possibile quello che dici. È un compitino ben eseguito, tutto sommato, non sei preparata lo capisco, il resto si scioglie nelle frasi di circostanza in mezzo al tuo cazzo di zucchero di canna.

Ti chiedo quello che non avrei voluto: c'è un altro, com'è, ci hai già scopato, ce l'ha più grosso del mio. Non ti chiedo quello che avrei dovuto né tu me lo dici, nessuno lo fa mai. È che lo so, lo so da tempo, ma preferisco sentirti dire che scopi con l'idraulico o con il mio migliore amico, piuttosto. La differenza che passa tra quello che so e quello che mi dici sta tutta nel tuo sollievo nel vedere che mi basta, che me la bevo perché fa comodo ad entrambi.

Faccio in tempo a mandare a memorie le ultime cose che avrò di te. Il tuo rossetto sul bordo della tazzina, la piega intorno alle tue labbra che oggi mi pare più amara, il tuo cappotto verde con la cinta che infili con la consueta grazia, un ciondolo che non conosco sul tuo collo mentre ti pieghi in avanti per dirmi qualcosa che non capisco, il tintinnio della porta a vetri mentre esci dal locale e cerchi disperatamente in strada un angolo da svoltare.