lunedì, giugno 06, 2011

l'uomo senza ombra


Henry Cartier Bresson

Impossibile. La donna alla finestra lo stava guardando, e questo lo spinse a sporgersi verso il davanzale e a soffiare tra le labbra, per la prima volta in vita sua, la parola "me". Poi guardò la moglie e disse "ancora zuppa di farro?"

"chi è questo?" chiese la signora Imogen Buzz all'infermiera del reparto maternità subito dopo aver partorito senza cesareo. Lui, nacque per caso il sedici di maggio del 1940, e malgrado si sgolasse in sala parto in una specie di jodel continuarono a percuoterlo con un battipanni fino alle otto di sera. L'ostetrica, disse che il bimbo non emise un fiato. In realtà non lo sentivano, non c'è altro. Imogen Buzz non lo allattò, preferiva farsi la ceretta o guardare alla tv "I peccatori di Santa barbara". Poi, quando lo sentiva frignare, batteva con il pugno alla parete gridando ai vicini "qui c'è gente che riposa". Al battesimo non ricordò il nome scelto, ma non fu un gran problema, non venne nessuno perché nessuno fu invitato, Don Alceste gli bagnò la fronte e scelse per tutti, Jethro.

Il padre morì in guerra, era marconista sulla portaerei "Folgore Balilla" e rimase fulminato da un cortocircuito nella cuffia. L'ultima cosa che sentì poco prima di morire fu odore di tacchino bruciato e una voce che diceva "SOS". Nelle ultime lettere alla moglie scriveva " Ti amo, appena finirà la guerra sarò a casa, quello che non capisco è chi è quello strano bambino insieme a te nelle foto che mi mandi?" Va ricordato che Il comandante della Folgore Balilla fu processato per non aver prestato soccorso alla motonave "Fulgida" affondata nella baia di Napoli, ma questa è un altra storia.

Jethro non aveva odore, la sua pelle era senza sudore, il suo respiro poco meno che vento. Non lasciava impronte nemmeno sulla sabbia nelle estati di villeggiatura a Forte dei Marmi. Di tanto in tanto si scottava un poco le spalle facendo castelli in aria con il secchiello, ma nelle foto di agosto, soprattutto in quella vicino all'ombrellone bianco con le strisce azzure, ai suoi piedi, non c'era l'ombra. Lo capì molto presto, aveva un dono speciale lui. Era nessuno.

A scuola non prese mai meno della sufficienza, non fu mai bocciato perché nelle rare volte in cui sostenne esami, nessuno ascoltò mai una sola parola. E non vi sono prove che abbia mai espresso pubblicamente o in privato, pensieri personali. Si limitava a giocare di rimessa, rispondendo con degli "eh già" o dei "certamente", o anche con i suoi proverbiali "senz'altro" mentre faceva di si con il capo. Ma il suo preferito era "come darle torto signora Garbini?" Chiamava ogni donna signora Garbini, e la cosa in verità non turbò mai nessuna, perché nessuna mai se ne accorse. Una Signora Garbini, finì anche per sposarla, di mercoledì, in grigio. Della sua famiglia venne solo una zia di Baraccalugo, che soffriva di alzheimer. "Come sei cambiato figlio mio" le disse scagliandogli addosso un pugno di riso allo zafferano. Ebbero una vita felice, perché lei si dimenticò di non amarlo ogni giorno. Facevano l'amore di continuo, poiché la signora Garbini ne perdeva memoria un attimo dopo non essere venuta. Si chiese però per tutta la vita di chi fossero i capelli nel lavandino, senza risposta. Un prezzo onestissimo per un matrimonio.

Lui scriveva biglietti d'auguri per il fioraio all'angolo. Anniversari, compleanni, ricorrenze. I suoi preferiti erano quelli d'amore, li scriveva con una stilografica nera su carta di riso. Il suo miglior biglietto lo teneva incorniciato sopra la scrivania, vicino alla foto del papà che dal parapetto della Folgore Balilla getta croste di pane ai gabbiani. Il biglietto in corsivo, sobrio e senza grazie recitava "Se il nostro amore dovesse finire, allora vorrei morire adesso, per essere sicuro di aver passato tutta la mia vita con te". Alla contessa De Bernardi venne un Angina per la commozione quando il Conte De Bernardi glielo piazzò in mezzo a un mazzo di 51 rose rosse, tanti erano gli anni di matrimonio, e a lui furono addebitate anche le spese mediche.

Nel marzo del 1970 la madre di Jethro morì di abulia affogando nella propria poltrona durante la 123.567ma puntata di "tsunami d'ammore". Nelle sue ultime volontà lasciò tutti i suoi averi alla "Congrega delle Suore Benedettine del Rosario del Sacro Cuore dello Spirito Santo della Bendetta Croce di nostro Signore Gesù Cristo della Misericordia Incoronata" le ultime righe recitavano più o meno "ho avuto una vita lunga, l'unica cosa che mi addolora è non aver avuto figli".

L'amore lo colse di maggio, nel bel mezzo di un biglietto per l'onomastico di una tal Nonna Bertha. Dalla finestrella sopra la scrivania si godeva da anni lo scorcio delle finestre dei cessi del palazzo di fronte. E quel pomeriggio, alla terza finestra da sinistra si affacciò una donna coi capelli rossi, a stendere un reggiseno grande come un amaca. Passò i restanti tre anni ad aspettare che quella finestra si aprisse di nuovo.

Nel maggio di tre anni dopo la finestra si aprì. La donna con i capelli rossi tolse il reggiseno grande come una amaca dal filo dei panni stesi, poi alzò lo sguardo oltre i calzini e incrociò quello di Jethro nascosto dietro le lenti, fissandolo. Lo stava guardando davvero, e questo la spinse a sporgersi verso il davanzale e a sorridergli con la testa appena inclinata tra le spalle bianche.

"ancora zuppa di farro?" farfugliò. Jethro Buzz, scomparve, evaporando davanti agli occhi della moglie che non ne denunciò mai la scomparsa. Passò però il pomeriggio a chiedersi, perchè mai avesse apparecchiato per due.

6 Comments:

Anonymous aitan said...

Bello, maestro, molto bello. Vedo che ti dona e ti scorre dentro anche una meravigliosa vena surreale.

8:39 AM  
Anonymous e.l.e.n.a. said...

leggerti non è mai "la stessa minestra". ogni volta mi ingolosisco e mi affaccio su questo spazio in attesa di cose nuove.
sempre buone.
sempre belle.

8:26 PM  
Anonymous rita said...

Forse oso molto nel leggere una tenerezza autobiografica per questo eccezionale nessuno che passa innamorato tre anni aspettando che si riapra una finestra. Perché non è di quelli che si illudono che per ogni porta chiusa si spalanchi un portone.
Leggerti incatena sempre, Hobbs, non ascoltarti, non sentirti è impossibile. E io dico grazie a Dio.

7:19 PM  
Blogger Lila said...

sarà che l'ho conosciuto, uno così, nato il sedici di maggio, almeno qualxuno l'aveva iscritto all'anagrafe. Non so se era lui che aspettava l'aprirsi di una finestra, o lo confondo con chi come me aspetta ancora un portone... ma senza suonare il campanello.
Tenero, commovente, insomma, un pugno nello cuore. Bello.

4:44 PM  
Blogger hobbs said...

aitan: ho cominciato così, poi mi son perso per strada... :)

elena: la osa, si sappia, è assolutamente reciproca. comunque adoro cucinare, vorrà pur dire qualcosa... un abbraccio.

rita: ne ho aspettati anche di più, ed è solo per questo che sono ancora qui... grazie di cuore come sempre, per la tua presenza così preziosa, qui.

5:35 PM  
Blogger hobbs said...

lila: sur (reale...)
ti abbraccio, da qui.

5:35 PM  

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